L’autore di “Jack Frusciante” torna al romanzo con una fiction sull’Etiopia coloniale degli Anni 60
Mussolini ha dato ascolto a Italo Balbo e in generale ai filo-inglesi, ha combattuto contro i tedeschi e vinto la guerra. Si è ritrovato così a capo di una potenza mediterranea un po’ stracciona ma di tutto rispetto, con i «ragazzi di via Panisperna» che gli hanno fornito anche la bomba atomica. E ci sono le colonie africane, oltre a Nizza e alla Corsica, variamente federate in tante repubblichette fantoccio o controllate direttamente. Ora, siamo nel 1960, si appresta a morire di vecchiaia, e intorno a lui si agitano i congiurati. In questo scenario di fantastoria si è lanciato senza paracadute Enrico Brizzi, che a 14 anni dal suo strepitoso Jack Frusciante è uscito dal gruppo torna con Baldini Castoldi Dalai per pubblicare L’inattesa piega degli eventi (520 pg, 19,40 euro), in uscita per la Fiera del libro. E’ la storia di un reporter bolognese che viene spedito per punizione a seguire il campionato di calcio dell’Etiopia e dell’Eritrea, e là, in quel cuore di tenebra, scopre che il mondo non è come gli era stato insegnato.
Dal libro pubblicato a 19 anni, prima per Transeuropa, poi per l’editrice milanese, è passato un bel po’ di tempo. Brizzi è cresciuto, ha messo su famiglia, ha tre figlie piccola (Cloe, Maya, Altea) ma continua a uscire dal gruppo. In questi giorni per esempio, sta andando piedi con amici fidati verso Gerusalemme. Farà un salto a Torino da Benevento per presentare il suo romanzo – venerdì al Caffè Letterario, ore 17,30, con Sergio Pent -, interrompendo per qualche ora il suo pellegrinaggio, che non è nemmeno il primo.
Non è che lei cammina per scrivere?
«E neanche scrivo per camminare. Mi interessa camminare dove ci sono le orme di chi è passato prima di noi, e valga la pena di accostarsi, lontano da tutti i formalismi».
Africa compresa?
«Ho fatto un libro su un viaggio in Mozambico, dove ho vissuto qualche mese. Questo invece è un’operazione puramente salgariana: uso come scenario un posto di cui non so niente, un’epoca in cui non ho vissuto e uno scenario che conosco solo dai libri».
Ma che in questo momento sembra diventata letterariamente più interessante. A parte «Un mattino a Irgalem» di Davide Longo, uscito qualche anno fa per Marcos Y Marcos, lei arriva in libreria poco dopo «L’ottava vibrazione» di Carlo Lucarelli (per Einaudi), che non è fantastoria ma è di nuovo Africa Orientale Italiana.
«E’ vero. Me ne avevo parlato qualche anno fa, Carlo. Forse avrei fatto meglio a scrivere più in fretta».
Scherzi a parte, come spiega questa fascinazione comune?
«Forse sono le letture di Corto Maltese, e in generale di Hugo Pratt, che ci hanno segnati in gioventù. Forse l’Africa è un tema per adulti che da ragazzi sfogliavano gli atlanti e giocavano con i soldatini».
La sua Africa è avventurosa e appassionante. Vista attraverso il gioco del calcio, con la squadra interazziale che viene ostacolata in ogni modo ma alla fine vince il torneo e la posta in palio – una super-coppa a Roma -, i giovani dissidenti che inscenano una sorta di ‘68 ante-litteram fra i club di Addis Abeba, i primi segni di lotta armata anti-colonialista, l’autoritarismo, il razzismo, sembra una evidente metafora di una storia più recente.
«In un certo senso sì. O meglio, questo è quanto sono preparato a sentirmi dire. Allo stesso tempo credo che l’ispirazione iniziale non sia quella di un romanzo a chiave, ma di un grande divertimento a sfondo storico. Se c‘è una morale, il lettore se la trova da solo. I vari personaggi hanno proposte abbastanza precise su come si sta al mondo: per esempio il galleggiamento ad ogni costo del giornalista Pellegrini, o la rivolta del calciatore Cumani, che si è rotto la scatole ed è disposto al grande gesto, come un Andrea Costa senza sale in zucca».
Costa è uno dei padri del socialismo italiano. Il suo libro invece è pieno di fascisti storici, da Pavolini a Starace.
«Ma non è evidentemente un romanzo storico in senso stretto. E’ semmai un libro dove rimuovo certi tabù, come quello che ti impediva di parlare di quel periodo se non alla luce del trionfo resistenziale. Il grande rimosso è il consenso al fascismo. E io lo affronto sulla base dell’ipotesi di che cosa sarebbe successo se gli eventi, negli Anni Quaranta, fossero andate in maniera diversa».
Ha sentito il peso di affrontare un’ipotesi del genere?
«Sì o no. Però sono convinto che una storia così, se fosse stata raccontata da una sorta di aspirante politico cresciuto nelle organizzazioni giovanili di qualche partito, sarebbe stata inevitabilmente pallosissima. L’ho scritta con la voce che ho trovato: più disimpegnata e più leggera per cercare di raccontare una storia più grande».
di Mario Baudino – La Stampa



















