«Ai lettori piacciono solo i romanzi? Io dimostro il contrario»
Che differenza c’è tra un racconto e un romanzo? Giorgio Faletti, quello di Io uccido, Niente di vero tranne gli occhi e Fuori da un evidente destino, sembra essere uno scrittore di storie da 600 pagine e oltre. Invece eccolo con questa raccolta, Pochi inutili nascondigli (sempre Baldini Castoldi Dalai), sette racconti che variano tra le 20 e le 100 pagine. «In realtà, io avevo cominciato scrivendo racconti» dice. «Ne avevo portati alcuni all’editore come prova di scrittura. Buoni, mi dissero, però vogliamo un romanzo, i racconti non vendono». Intanto, però, Pochi inutili nascondigli è subito andato al primo posto della narrativa italiana… «Dunque, il racconto, come definirlo? È una storia che non ha il respiro per diventare un romanzo, che si conclude in un numero di pagine più stretto. Dal punto di vista di vista di chi lo scrive, poi, ha un grande vantaggio: lo puoi mollare per un po’ e riprenderlo quando ti pare, rimetterci le mani, vedere quello che non funziona, tagliarlo per esempio. Ho fatto così con L’ultimo venerdì della signora Kliemann, quello ambientato all’Elba d’inverno: rileggendolo, mi sono accorto che c’era una parte iniziale inutile, l’ho tagliata. Invece con Graffiti ho seguito la strada opposta: era troppo corto, la conclusione era troppo brusca, ho aggiunto delle cose».
Con il romanzo, invece, non è così facile? «Non è facile perché se molli per un po’ perdi il filo dell’intreccio. Anni fa, per esempio, mentre stavo chiudendo Fuori da un evidente destino, mi chiamò Ferzan Ozpetek proponendomi una parte in Saturno contro: dovetti dirgli di no, sapevo che se lasciavo in quel momento non sarei più riuscito a chiudere il libro». Il racconto, comunque, è anche brevità, sintesi. «Sì, la sintesi: una cosa che ho appreso nelle mie vite precedenti. Al cabaret e poi a Drive in con gli sketch e i personaggi: con una battuta devi far capire che tipo è. Una battuta sola, uno slogan. Ecco la sintesi. Stesso discorso per le canzoni: hanno detto che io scrivo micro-storie, tipo Signor tenente. È vero, storie che si concludono nei tre-quattro minuti dell’esecuzione. Per questo, insomma, posso dire che tra me e il racconto c’è una relazione di lunga data».
Un’affinità profonda, la stessa che porta Faletti sabato 31 a Cremona, al Festival del racconto per leggere con l’amico attore Giancarlo Ratti Destinatario sconosciuto di Kathrine Kressmann Taylor, la breve storia epistolare tra due amici, il tedesco Martin e l’ebreo americano Max, le cui vicende subiranno un drammatico cambiamento dopo la presa di potere di Hitler. «L’avevo preso per caso in libreria, mi lasciò un’impressione fortissima. Anche per la chiaroveggenza con cui, già nel ‘38, questa scrittrice mostrava di aver capito tutto quello che stava per accadere in Germania e in Europa. Quando il Festival mi ha chiesto un racconto da leggere, ho detto subito Destinatario sconosciuto».
Comico di successo nella nuova Tv degli anni ‘80 ( Drive in, Emilio), cantante e autore di canzoni negli anni ‘90 (con Signor tenente vince il premio della critica a Sanremo ‘94, scrive per Mina, Orietta Berti, Milva, Angelo Branduardi), creatore nel 2002 dello spaghetti-thriller — «se è un paragone con Sergio Leone, mi va bene» — con il bestseller Io uccido (quattro milioni di copie solo in Italia, traduzioni in venti Paesi, a giorni esce anche in America preceduto da un’ottima recensione di Publishers Weekly), autore di fiction Tv (per la serie Crimini di RaiDue), attore in un film baciato dalla fortuna come Notte prima degli esami (2006, ma compare in un cammeo anche nel secondo): a 57 anni Faletti ha fatto tutto e di più. Tanto che ora girano pure le leggende sul suo conto, come quella del «negro» che scriverebbe per lui. «Sì, il “negro” come Dumas — ride —. Semmai, con i problemi di tempo che ho, avrei bisogno di un sosia che andasse al posto mio alle presentazioni, le rassegne, i posti dove mi invitano».
Scrivere, certo, prende molto tempo. Soprattutto quando sono storie con intrecci grandi e complicati, come il prossimo romanzo («ne ho scritto due capitoli, ora devo andare avanti»), ancora ambientato in America con sullo sfondo i ricordi del Vietnam. Nella «piccola prefazione» a Pochi inutili nascondigli Faletti dice che ognuno dei racconti rappresenta anche «una parte importante della mia vita». «Sì, in questo libro ci sono cose scritte in diversi periodi. C’è Ospite d’onore uscito nell’antologia Crimini di Stile Libero, nel 2005; e c’è il «corto di carta» distribuito nel 2007 dal Corriere: La ragazza che guardava il lago. I più recenti sono L’ultimo venerdì della signora Kliemann (mi divertiva la descrizione dell’Elba d’inverno, un posto che il turista d’estate non considera: è un luogo davvero gotico) e Graffiti, protagonista un professore che sviluppa ed estremizza il personaggio del professor Martinelli di Notte prima degli esami. Ma tutti insieme, questi racconti sono stati per me una sorta di vacanza ».
Vacanza da che? «Dal genere thriller. Ho scelto il paranormale, il fantastico. E non solo per l’ammirazione che ho per Stephen King, ma anche perché il fantastico ti lascia molta più libertà del thriller, dove sei condizionato da fattori tecnici come autopsie, Dna ecc. Qui ho più libertà, come quella di immaginarmi come il mostro di un lago che spia, affettuosamente, una bella ragazza. O di eliminare i nemici con la gomma, come fossero disegni». Ma ora che la vacanza è finita, è tornato al romanzo? «Sì, per forza, anche se ci sono un sacco d’impegni cui non posso mancare. Mi sembra tutte le volte di non avere tempo, non so. Forse è l’età…». Ma quale età! «No, davvero, mi sento ormai nell’età di cui parlava De André quando diceva: “Ho cominciato a dare buoni consigli quando non avevo più il fisico per dare il cattivo esempio”».
Ranieri Polese
28 maggio 2008
da www.corriere.it



















