Morte a tre euro: l’incipit

In cantiere ero quello magro e lento con il cappellino del Brasile. Un filo di uomo appeso ai ponteggi. Senza il fisico del ruolo. Con in testa un pensiero fisso: arrivare a sera senza cadere nel vuoto. Senza sfracellarmi al suolo. L’unica cosa che mi interessava era vedere, capire. E potere raccontare. Guardavo i miei colleghi schiavi dentro quella museruola di ferro premuta sulla facciata dell’edificio, o davanti alle più sottili griglie infilate nella pancia piena di fango di un palazzo che doveva ancora nascere. Li vedevo danzare sulle passerelle orfane dei parapiedi, rese scivolose dalla pioggia, traballanti. A volte, mentre trasportavano tralicci e botole e assi lunghe e pesanti, li osservavo ammirato; altre volte provavo pena e basta. E rabbia. “Ehi cappellino…” Mi chiamavano tutti così in cantiere. I caporali calabresi. Gli intermediari dell’hinterland. I capoccia del mattone. Anche gli altri operai, quasi tutti, si rivolgevano a me in questo modo confidenziale e asciutto. In edilizia non si sta tanto lì a guardare. Persino quando c’è da sbrigare una cosa delicata non si riesce a essere a non essere distaccati, freddi. Magari si grida, ma si è sempre freddi. Nel codice non scritto dei cantieri comanda l’anoressia verbale. Ci si rivolge l’uno all’altro così come viene. Con il primo suono. La prima immagine che capita. Zitti e lavorare.I ritmi di lavoro diventano talmente intensi che prendono la forma di un nastro trasportatore, e su quella pedana mobile hai l’impressione di camminare in senso contrario, con la corrente che ti ricaccia sempre indietro. Una corsa bislacca su se stessi. Per dieci, dodici, quindici ore al giorno. Quel passo vorticoso serve a mulinare energia. E’ come se le tue braccia, al netto dell’attività incessante di una centrale eolica, producessero profitto che pero’ finisce sempre nelle tasche di altri, mai nelle tue. Che anzi vengono svuotate. Restano solo le briciole. Due, tre, quattro euro all’ora – in nero o “in grigio” – corrisposti in buste paga fantasma, compilate artificiosamente dal caporale per fare la cresta sui compensi versati dall’impresa che si rivolge a lui per avere manodopera a basso costo. Il miglior modo per non perdere il posto a volte è pagare una tangente. E quando ci si infortuna, bisogna stare zitti. Nemmeno andare all’ospedale è più un diritto. Farsi curare al pronto soccorso o in un reparto anziché in casa o in un cascinale abbandonato, nella logica spietata di alcuni caporali equivale a rinunciare al lavoro. Prendere o lasciare. Tanto c’è sempre un altro schiavo pronto a subentrare nella catena. Eccolo il caporalato, volendo indorarlo agli occhi di chi non l’ha mai conosciuto.

 


Paolo Berizzi -  Morte a tre euro

<22nd, May 2008 - categoria: Incipit - commenti: Nessuno

Leave a Reply

© B.C.Dalai eidtore S.p.A.