Angel Wagenstein – Shanghai Addio: l’incipit

Era il 9 novembre 1938, dopo il tramonto.

Il concerto nel salone di gala era cominciato.

La luce dei lampadari di cristallo, tenue e soffusa, ravvivava per contrasto il bagliore delle candele fissate ai leggii di mogano massiccio. Theodor Weissberg indossava un frac impeccabile; del resto, come è d’uso in queste occasioni, erano in frac tutti gli orchestrali della Filarmonica di Dresda.

Il pubblico della platea e dei palchi, agghindato in abito da sera, tratteneva il respiro. La Sinfonia n. 45 in fa diesis minore veniva eseguita di rado, e non era stato facile procurarsi un biglietto.

Nel palco centrale, dove un tempo – molto prima della Repubblica di Weimar, all’epoca del cancelliere di ferro Otto von Schönhausen, meglio conosciuto come Bismarck – prendevano posto gli Hohenzollern con il loro seguito, sedevano ora quattro ufficiali delle SS. Agli occhi del pubblico era il segno più evidente dei profondi cambiamenti avvenuti in Germania. Il più alto in grado era l’Hauptsturmführer Lotar Hassler, un uomo molto bello, biondo e con gli occhi azzurri, che sembrava uscito da uno di quei manifesti inneggianti all’invincibile razza ariana i cui brandelli sventolavano ancora sui muri dei palazzi berlinesi dai giorni delle Olimpiadi del 1936. Il suo profilo virile, da guerriero vichingo, ricordava i protagonisti dei film di Leni Riefenstahl.

L’ufficiale di grado inferiore, forse un attendente o qualcosa del genere, si chinò verso di lui porgendogli con fare servizievole il programma aperto.

«Allegro assai. Credo significhi “molto divertente”.»

«Lo spero…» sussurrò Hassler in tono cupo. «Spero proprio che ci divertiremo molto, questa notte.»

L’Hauptsturmführer sapeva cosa stava dicendo; parlava poco, ma sceglieva le parole con cura.

Mentre la sinfonia di Haydn riversava i suoi dolci e fluidi «addii», gli ultimi ingenui salutavano per sempre le comode illusioni sulla cara vecchia Germania, il racconto d’inverno che di lì a qualche settimana si sarebbe concluso con la cacciata a pedate dei Lumpen nazisti, furfanti arrivati al potere per caso.

Perché quella notte – tra mercoledì 9 e giovedì 10 novembre 1938 – sarebbe passata alla storia come la Notte dei Cristalli, e non per allusione ai lampadari della Konzerthaus di Dresda, ma al suono cristallino delle vetrine dei negozi ebrei che venivano infrante.

Allegri energumeni, gonfi di birra, fracassarono vetrine in tutta la Germania e anche in Austria, da poco annessa tra l’entusiasmo della popolazione locale. Durante tutta quell’allegra notte i vetri rotti continuarono a tintinnare e scricchiolare schiacciati dagli stivali.

Vecchi ebrei spaventati, strappati ai loro letti, venivano fatti sfilare per le strade; al collo un cartello con la scritta JUDE.

Bruciarono le sinagoghe di Fasanenstrasse e Oranienburgerstrasse a Berlino, bruciò quella di Schwedenplatz a Vienna, bruciarono quelle di Lipsia, Monaco, Francoforte e Stoccarda. E altre duecento sinagoghe andarono in fiamme, in quella notte novembrina di concerti eleganti.

Allegro assai, molto divertente.

Lotar Hassler accostò agli occhi un piccolo binocolo da teatro, lo fece scorrere sul pubblico silenzioso e lo fermò sul palco di fronte, sul volto di una giovane donna con i capelli biondo rame, appena rischiarato dalla flebile luce dei lampadari. Era il mezzosoprano Elisabeth Müller-Weissberg, famosa non solo in Germania, ma anche alla Carnegie Hall, moglie del violinista su cui, un istante dopo, si spostarono le lenti scintillanti del binocolo.

L’ufficiale si trattenne a lungo su di lui; scrutò con curiosità quella celebrità mondiale, membro dell’Accademia prussiana delle arti, mentre lungo l’Hauptstrasse si srotolava una fiaccolata notturna e la gente cantava allegramente, al ritmo dei tamburi.

Auf der Heide blüt ein Blü-melein

Ein! Zwei!

Und das heisst E-e-erika?

Fu all’angolo dove si trovava la famosa libreria Meersohn & figli che a un omone dall’aria gioconda venne l’idea di innalzare una pira di libri. Marx, Heine, Freud, Feuchtwanger, Stefan Zweig, Thomas ed Heinrich Mann, Bertolt Brecht e Anna Seghers, Friedrich Wolf e Lionhard Frank, Baruch Spinoza e Marcel Proust, Franz Kafka e Henri Bergson furono tutti eccellenti micce. Einstein e la sua struttura quantica della radiazione si librarono sulle fiamme con la copertina spiegata come ali d’uccello.

Non credere che quei salumieri e quei Lumpen ubriaconi sappiano chi sei, Albert, ma noi lo sappiamo. Forse, là dove da tempo sei fuggito, ti affliggi per ciò che avviene in quella che è stata la tua patria, ma noi ci rallegriamo; non sei stato proprio tu a dire che tutto è relativo? Noi lavoriamo sulla tua formula ebrea, Albert; scusa, perdonaci. L’Energia di cui disponiamo per schiacciarvi è pari alle Masse che ci sorreggono moltiplicate per la Velocità della Luce al Quadrato con cui conquisteremo il mondo. Questa è la situazione, caro Albert, addio. È tempo che si sappia chi sono i veri padroni della Germania, se gli ebrei o noi.

E = mc2 cadde proprio al centro della galassia di fuoco, emanando un nugolo di gaie scintille.

Angel Wagenstein – Shanghai Addio  Copyright © 2008 Baldini Castoldi Dalai editore

 

<5th, September 2008 - categoria: Incipit - commenti: Nessuno

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