Markus Sakey è molto più di una promessa del thriller americano. Al suo esordio in Italia con Trascina gli uomini il ferro (Baldini e Castoldi Dalai), lo scrittore ha già sfornato tre successi negli USA e raccolto l’applauso di veri mostri sacri del settore come George Pelecanos e Dennis Lehane. Trascina gli uomini il ferro, uscito negli USA nel 2007 e scelto da Esquire tra i migliori 5 libri dell’anno, è la storia di un criminale ravveduto, Danny Carter, che viene ricontattato da un suo vecchio partner appena uscito di galera, in cerca del colpo grosso. Il tema morale di fondo è: può l’uomo rinunciare agli aspetti più oscuri della propria natura, quando è messo alle strette da situazioni di tensione insostenibile che minacciano tutto ciò che ha costruito negli anni? Chiediamo all’autore del libro cosa lo spinge a scrivere thriller, al mestiere del noir.
“E’ un genere narrativo che ti permette di esplorare temi morali, filosofici, politici dentro una lettura che avvince. Come scrittore, io voglio soprattutto che i lettori siano siano così incollati alle mie pagine da saltare la loro fermata del bus!”.
Trama, personaggi, “voce” dell’autore: in un suo libro hanno lo stesso peso?
“Perché un romanzo valga la pena di esser letto questi tre elementi devono interagire tra loro al meglio. Se proprio mi punta una pistola alla testa, mi chiede di scegliere, direi che posso anche leggere un libro con una trama debole o personaggi stereotipati, ma mai e poi mai leggerei un libro scritto male”.
Qualche critico ha addirittura scomodato per il suo Trascina gli uomini il ferro, il nume dei dialoghi “di genere”, Elmore Leonard. C’è un segreto per scrivere buoni scambi di battute?
“A volte basta ascoltare con attenzione le conversazioni di chi sta attorno a te. Io passo molto tempo sui treni e studio i discorsi altrui. Non si ha idea di quanto divertente, sciocco, intelligente, saggio può rivelarsi il tizio seduto accanto a te. Un’altra regola efficace per scrivere buoni dialoghi è usare il minor possibile di parole. E’ una cosa che funziona per la scrittura in senso lato, ma è cruciale soprattutto per i dialoghi”.
Da cosa parte per iniziare un romanzo?
“Di solito ho qualche idea parziale, un abbozzo di personaggio, un dubbio morale che mi affascina, una bella ambientazione per una scazzottata – e procedo a combinare queste idee tra loro, provando varie combinazioni, aspettando che scatti qualcosa. E può essere un processo frustrante, perché finché non trovi qualcosa che funziona davvero, non sai se ne verrai mai a capo.
L’idea per Trascina gli uomini il ferro mi è venuta una sera tornando a casa da mia moglie. A un certo punto m’è saltato in testa il pensiero che ciò cui tengo di più – la vita, il matrimonio, la casa – avrebbe potuto essere usato contro di me: più possediamo, più abbiamo da perdere. Questa idea mi affascinò e provai a immaginare un personaggio che avrebbe potuto approfittare di tutto questo: a questo punto nacque Evan, il criminale che ricatta il protagonista per riportarlo sulla via del crimine”.
Qual è l’ostacolo più temibile che ha dovuto affrontare nella sua attività di scrittore? Come l’ha superato?
“Sedermi al tavolo, tutti i giorni, a scrivere. Quando mi alzo la mattina m’invento mille scuse per far cose diverse. Però devi combattere questi impulsi, sederti sulla sedia e cominciare a lavorare. Proprio come fanno tutti gli altri”.
Per molti scrittori il momento più difficile è stato quello in cui hanno deciso che il loro destino sarebbe passato per i libri. Per lei come è successo?
“Ho iniziato il romanzo all’università della Columbia. Un giorno ci fu una lezione da parte di un bravo giallista, J.A. Konrath. Si dimostrò un eccellente oratore, lo invitai a bere una birra con me. Parlammo per ore: a un certo punto mi disse la frase che mi ha fatto diventare uno scrittore: “Marcus, puoi rimanere qui a studiare e tra due o tre anni avrai un diploma. Oppure puoi mollare l’università e avere un manoscritto.” Così ho terminato il semestre, lasciato gli studi e mi sono gettato a capofitto nel romanzo. Dieci mesi dopo l’ho venduto. Konrath è stata la prima persona che ho chiamato al telefono quando ho avuto la buona notizia dal mio agente”.
Nei momenti difficili il suo protagonista Danny Carter vede al suo fianco il padre defunto. Soluzione originale: come le è venuta in mente?
“E’ stato un po’ un azzardo. All’inizio avevo inserito un classico flashback dove Danny rievocava la figura del padre e i suoi insegnamenti. Ma così la scena non aveva l’immediatezza che volevo. Mi sono detto: “Perché non fai parlare Danny direttamente con il padre? Certo, c’è un piccolo dettaglio: il padre è morto. Giusto, ma tu sei lo scrittore, no?”
Trascina gli uomini il ferro è un thriller in cui il tema etico delle scelte giuste o sbagliate è molto presente. I romanzi di questo tipo possono aiutarci a mantenere l’illusione che esistano relazioni molto casuali tra gli eventi, e non tutto è affidato al cieco arbitrio del caso?
“Nulla è più spaventoso del caos e tutti noi vorremmo un po’ più di giustizia e chiarezza in ciò che accade al mondo. Ma i thriller servono anche a ricordarci della nostra parte buona. Nella maggior parte dei romanzi di genere i personaggi non riescono a superare i loro dilemmi finché non accettano la responsabilità per le loro azioni. E’ il punto chiave, per me: i romanzi parlano della paura, ma anche di come si può affrontarla”.
Gli scrittori sanno tanto sui poliziotti: vi fanno entrare davvero nel loro mondo?
“Credeteci o no, è così che funziona: ho chiamato una stazione di polizia, sono stato palleggiato tra un po’ di tizi e alla fine mi hanno portato dal poliziotto giusto. Mi sono presentato e ho cominciato a sparar domande. La maggior parte delle persone ama parlare di sé, di ciò che fa tutti i giorni, specie se chi ascolta è uno scrittore. Ciò è vero soprattutto per i poliziotti, perché tanti li ritraggono in maniera inesatta o caricaturale”.
Lei però osserva sarcasticamente…
“Dieci anni di lavoro in pubblicità e nel marketing m’hanno dato ciò che mi serve per scrivere di ladri e assassini”.
Però la sua esperienza di marketing non sembra influenzare la sua libertà artistica. Quando scrive un libro si isola in dimensioni puramente narrative o resta conscio che certi temi, certe cose, vendono di più e altre di meno?
“La pubblicità mi ha insegnato a scrivere in modo rapido, efficace, cercando il massimo effetto nel minor spazio possibile. E mi ha fatto capire che scrivere è più un lavoro che un’arte, anche se non è detto che tu debba sentirti schiavo del mercato. La tua prima responsabilità è raccontare una storia in cui credi, che muove le giuste corde dentro di te, esplora argomenti interessanti. Se non ami ciò che scrivi, nemmeno il lettore lo amerà. Detto questo, quando ho un paio d’idee che mi intrigano, senza dubbio scelgo di mettere su carta quella che credo potrà interessare più lettori”.
Boston ha Lehane, Washington ha Pelecanos, Los Angeles Connelly e Crais. Possiamo dire che ora Chicago ha il suo cantore “nero” in Marcus Sakey?
“Sono uno dei tanti, la narrativa thriller noir a Chicago è molto ricca. E’ una città fantastica per scrivere, piena di contraddizioni: colletti bianchi contro colletti blu, il lato sud contro il lato nord, le idee progressiste contro la macchina conservatrice. Ci sono anche due squadre di baseball con tifosi che si odiano a morte. Cosa posso desiderare di più?”
di Giuliano Aluffi – D di Repubblica del 06-09-2008 Marcus Sakey su D di Repubblica
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[...] fiducia a questo autore. Se volete saperne di più, vi rimando anche a due interviste: una su D di Repubblica e quindi una seconda per [...]
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