Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, commenta l’invio dell’esercito in Campania per opporsi alla strategia dei Casalesi
Ora a Casal di Principe, a San Cipriano A Casapesenna, a Castel Volturno e in tutti gli altri comuni del casertano, arriveranno i soldati. Gli stessi di quello stesso esercito che, tre mesi fa, fu mandato a risolvere l’emergenza della “mondezza”. Anche allora partirono per un fronte di “guerra” dove in prima linea c’era la camorra. Anzi, era la camorra con la sua forza di condizionamento sociale la causa prima della paralisi, dell’offesa al Paese, alla sua immagine, alla sua efficienza. Eppure si è già dimenticato quell’impasto di affari, politica, imprese che rappresenta l’altra faccia del controllo del territorio in terra di camorra, come in qualunque altra terra di mafia.
Del resto quando tuonano le armi, quando si insanguinano le strade, quando la brutalità dei clan non risparmia vite innocenti, prevale sempre la rappresentazione dell’anima violenta, militare, arcaica delle organizzazioni criminali. Fa comodo a tutti: alla politica, alle istituzioni, alla magistratura, ai media e al mondo dell’informazione, anche quello che si definisce antimafia, che non sono costretti a cercare le mafie dove non si vedono, quando si inabissano per continuare a rigenerare potere, affari, consenso.
E invece, anche la guerra aperta da questa nuova leva di boss e killer Casalesi, non ci deve fare sfuggire mai la vera dimensione e i veri obiettivi di questa strategia stragista. Certo, i nuovi capi vogliono riportare in una dimensione di “tollerabilità” la presenza dei nigeriani e delle altre etnie criminali, per non farli sconfinare fino a mettere in discussione il primato Casalese sul proprio territorio. Ma hanno anche fretta di ridefinire equilibri e vincoli dopo i colpi subiti, gli arresti, le condanne e i riflettori accesi del processo Spartacus che, per la prima volta, ha portato alla sbarra i Casalesi in quanto “mafia autonoma” e non come una delle tante componenti dell’arcipelago camorrista napoletano e campano. A questo si aggiunge -ma non è per niente secondario- la crisi di credibilità provocata da alcuni “pentimenti” eccellenti e dalla sempre più possibile collaborazione di un boss della caratura criminale di Bidognetti. E’ come se per Cosa nostra si “pentisse” Bernardo Provenzano o per la ‘Ndrangheta Pasquale Condello. Ecco, di tutto questo ci parlano l’ultima strage e gli omicidi delle ultime settimane.
“La camorra gestisce potere, produce ricchezza. Ho ormai l’impressione che sia il primo potere. E i politici, non dico che siano collusi, ma ne dipendono.” Le parole di Monsignor Nogaro, il vescovo di Caserta da anni impegnato a fianco degli ultimi, anche per la sua autorità morale, credo che rappresentino la denuncia più forte levatasi in questi giorni ma anche la fotografia più drammatica della realtà.
Tra il 2001 e il 2007, in provincia di Caserta sono state sciolte 22 amministrazioni comunali, diverse anche più volte, Casal di Principe quattro. Un record assoluto per una provincia tra le più piccole d’Italia. Non lo ricorda quasi nessuno. E che cosa è successo in questi comuni nei periodi in cui c’erano i commissari mandati dai prefetti? Chi ha gestito gli appalti, i rifiuti, i cimiteri, le mense delle scuole, il trasporto dei bambini, l’illuminazione pubblica? Quanti dirigenti amministrativi, comandanti dei vigili urbani, capi degli uffici tecnici, direttori dei servizi sociali sono stati rimossi? E quanti appalti, con gare gestite dai sindaci rimossi e dalle amministrazioni sciolte, sono stati bloccati?
Addirittura nella villa di Sandokan, il boss sanguinario Francesco Schiavone, già da anni confiscata e con decreto di assegnazione ad utilità sociale, fino a qualche mese fa continuavano a viverci madre, padre, moglie, figli: il comune era commissariato ma non c’era né un solo vigile né un commissario prefettizio, né un prefetto che vedeva o sapeva.
E allora sì, combattiamo la camorra! Inviamo dei soldati e per ragioni di urgenza spostiamoli dalle strade di Roma, dove gli era stato spiegato che il problema principale erano gli immigrati. Del resto se vanno a Casal di Principe, a San Cipriano, a Castel Volturno, a Casapesenna è anche colpa di questi clandestini, spacciatori e magnaccia, che si volevano espandere in terre non loro e per questo, alla fine, sono stati fatti fuori. Continuiamo con questa ipocrisia.
Quello che manca in queste terre non è solo la repressione che, ovviamente ci vuole: quella intelligente, con mezzi e apparati investigativi sofisticati, che cerca i latitanti -perché quando si cercano si trovano-, che intercetta i flussi finanziari, che colpisce i patrimoni e le ricchezze, per farli davvero impazzire questi boss criminali.
Ma ci vuole anche giustizia. Non solo quella dei tribunali, e di tribunali che non tengano liberi spietati killer, nascondendosi dietro cavilli formali o anche leggi che hanno incrinato la coerenza e gli strumenti di contrasto alle mafie. Ci vogliono giustizia sociale, trasparenza della politica e delle istituzioni, indiscutibilità degli eletti, rottura con ogni forma e pratica della mediazione clientelare e camorristica. Serve un’etica pubblica che non guardi al consenso e ai voti facili, agli affari senza regole, al primato dell’io sul noi, del privato sul bene pubblico. In questi giorni la presidente di Confindustria Marcegaglia andrà a Casal di principe. E’ un fatto importante, ma prima di iniziare a parlare, renda pubblico l’elenco di tutti gli imprenditori sotto inchiesta, rinviati a giudizio o condannati per camorra già cacciati dalla sua organizzazione. Ognuno è chiamato alla trasparenza dei propri comportamenti. Non c’è più tempo e serve quel “catechismo della legalità”, come lo definisce Monsignor Nogaro, che senza una nuova stagione di diritti, non avrà alcuna credibilità. In fondo la lotta alle mafie e alla camorra è questo: riappropriazione di diritti, di parola e di libertà.
In questi territori, Stato e Repubblica, abbiamo perso. Ma non siamo alla fine della storia.
Francesco Forgione
Francesco Forgione è autore di ‘ndrangheta, Boss luoghi e affari della mafia più potente al mondo



















