Inter, come ti supero il 5 maggio
Da perdenti ad antipatici, i nerazzurri nel racconto del giornalista-tifoso
PAVIA. 5 maggio 2002. Convinto di partecipare a una grande festa collettiva, Roberto Torti, giornalista della Provincia pavese e da sempre tifoso dell’Inter, percorre in treno con l’amico e collega Gigi Furini 600 chilometri in direzione Roma, Stadio Olimpico. Pensava di incassare – dopo 13 anni di attesa – il più comodo degli scudetti, ma gli toccò assistere a quello storico match tra Lazio-Inter che è forse il punto più basso di cento anni di storia nerazzurra. Per esorcizzare il dolore un anno più tardi apre un blog, e lo chiama Settore 4c Fila 72 Posto 35, come il posto che occupava quel giorno in Tribuna Montemario. E come il libro (Settore 4c Fila 72 Posto 35 – Ovvero, quando non vincevamo mai), edito da Baldini Castoldi Dalai, in libreria da martedì 7. In breve tempo il sito internet (settore.myblog.it), gestito in totale anonimato fino all’inevitabile coming out per l’uscita del libro) diventa un indirizzo di culto per interisti e non, grazie a un umorismo non comune nel mondo del tifo calcistico. Poi però, dopo tre ulteriori anni di delusioni, l’Inter comincia a vincere. Il primo scudetto a tavolino, il secondo a mani basse, il terzo soffrendo fino alla fine, e per questo godendo ancora di più. Cosa ha trasformato la squadra più sbertucciata d’Italia in una compagine temuta, cinica e addirittura antipatica? Attraverso il racconto delle gesta dei suoi beniamini, Torti smonta i luoghi comuni dell’Inter perdente e racconta il cambiamento che ha investito il mondo nerazzurro, dal presidentissimo Moratti all’ultimo tifoso.
«Settore 4c Fila 72 Posto 35», alla ricerca di spiegazioni assolutamente oggettive dell’ultimo periodo buio dell’Inter (da Cuper fino all’arrivo di Mancini), mette a confronto i giocatori del 5 maggio con chi poi li ha sostituiti riportando i nerazzurri allo scudetto dopo un lungo digiuno. Questo è il capitolo dedicato al passaggio da Vieri a Cruz.
di Roberto Torti
Dell’essere positivo e del non esserlo (da Vieri a Cruz)
Venghino siori venghino nell’interismo che piaceva agli altri, un interismo presunto, masochista e contemplativo, che fa sbellicare le opposte fazioni. Venghino siori nello stregato mondo di San Siro, dove un attaccante nomade e mezzosangue diventa stanziale e segna 123 gol, eppure divide il popolo tra chi lo osanna e che non vede l’ora che smammi.
Sì, eccomi, alzo la mano. Io ero tra i colpevolisti. Per me Vieri – attaccante strepitoso, un Bonimba extralungo, un gigante fragile ma intimidatorio, un talento realizzativo impressionante – era il monumento vivente alla nostra sfiga: quella più subdola e fastidiosa, non quella terra-terra che titillava le altre etnie. Vittima ed emblema supremo di quel campionato non vinto nel 2002: ne sarebbe stato l’uomo copertina (22 gol, cosa chiedergli di più?) ma ne è rimasto marchiato.
Contestavo a Vieri una cosa, soprattutto: non avere estratto – lui che avrebbe potuto, con i gol e con il carisma – l’Inter dalle sabbie mobili del 5 maggio. Siamo rimasti lì a dibatterci ancora per due stagioni, disperati, pur avendo uno come Vieri. Fino a convincermi che la colpa, non solo simbolica, fosse proprio del Bobone.
La sera della vittoria della Coppa Italia 2005 – primo trofeo dopo sette anni di nulla – Vieri non c’era. Infortunato, stava a Formentera invece che (a far finta di) gioire in tribuna. Fu per me la conferma che non solo non era un leader della squadra, ma che nonostante quei 123 gol (per i quali diligentemente e appassionatamente avevo esultato 123 volte) non gliene era mai fregato più di tanto. Mentre Sinisa insaccava la punizione e lo stadio festeggiava fanciullescamente la coppetta scacciaguai, pensavo già al primo grande acquisto della nuova stagione: la cessione di Vieri. I 123 gol ne sancivano la grandezza e l’ingresso nelle statistiche più nobili. Ma di tutto il resto ce ne saremmo dimenticati in fretta: del 5 maggio, delle fughe dal ritiro, delle trasferta di Coppa saltate per andare alla sfilata, della rinuncia – questa sì, una cosa grave – a diventare il condottiero della squadra, il leader ombra dietro il capitano burocratico, quello che può decidere e parlare e fare casino e prendere per il bavero qualcuno perché ha i galloni, perché segna mucchi di gol e prende scarpate, perché ha carisma, perché è uno che si sacrifica. Troppo? Mi sarei accontentato della metà. E i 123 gol? Tolte le triplette inutili, la spremitura lasciava poco succo. Mentre bruciavano i ricordi dei frequenti infortuni, dei lenti recuperi, delle dichiarazioni sconclusionate, del puttaneggiare ogni estate alla ricerca di posti migliori.
Aspetto ancora qualcuno che mi dimostri il contrario di quello che penso. Che mi spieghi la differenza tra il segnare per se stessi e pararsi il culo, e il segnare per la squadra e portare a casa qualcosa. Che mi convinca che ci deve essere una ragione suprema del fatto che questo straordinario incasellatore di gol – perché forte era forte, non c’era dubbio – non ha praticamente mai vinto un tubazzo?
Mentre lo guardavo farsi fotografare con la maglia del Milan in mano, contavo fino a dieci per mediare la gratitudine interista per i gol segnati (e per le volte, non poche, che si è sbattuto in campo contro difensori e arbitri e contro i suoi stessi tifosi) con l’indifferenza mortale per un giocatore senza un briciolo di autorità morale. E mi sentivo rimestare dentro leggendo che regalavamo un giocatore al Milan, addirittura pagandolo per andarci. Vedevo una sorta di dignitosa disperazione in tutto questo. Pagarlo perché se ne andasse, forse per le stesse ragioni che nutrivano il mio risentimento: addio Vieri perché era un debito, un campione senz’anima, una bandiera fasulla, il Grande Tappo che da sei anni tratteneva le nostre bollicine.
Avessimo avuto nell’équipe medica, tra ortopedici e fisiatri, anche uno che trapianta i cervelli, chissà quale pazzesca creatura sarebbe uscita da un uomo con le fattezze di Vieri e la materia grigia di Cruz. Che in quei due lobi avrebbe trasmesso a Bobone un po’ di cose a lui inconsuete, se non sconosciute: l’umiltà, la disponibilità, la dedizione e un senso tattico extralusso. Forse un Cruz con il cervello di Vieri avrebbe dovuto svernare in C2, un attaccante lento e macchinoso. Ma un Vieri con il cervello di Cruz avrebbe vinto sette Palloni d’Oro di fila e cinque classifiche cannonieri, oltre alla gloria sempiterna tra noi poveri allocchi che non avremmo opposto nessuna remora etica a quell’esperimento di genetica calcistica.
Essendosene andato via in anticipo Vieri, meglio essersi tenuti il Cruz originale, uno che invecchiando migliora e che mantiene una straordinaria coerenza di fondo: senza mai rompere i coglioni è stato sempre pronto nel momento del bisogno. Movimenti felpati, piede sopraffino, assoluta diligenza in campo, il nostro caro Giardiniere appartiene alla ristretta élite dei nostri acquisti di senso compiuto. In quanto tale penso che un giorno verrà impagliato ed esposto nel museo di San Siro, dove le scolaresche potranno vedere da vicino un raro esemplare di campione equilibrato: la dimostrazione che senza tirare sul prezzo o ciulare attricette si può tranquillamente sopravvivere e prosperare nel dorato mondo del giuoco chiamato calcio.
Da LA PROVINCIA PAVESE di DOMENICA, 05 OTTOBRE 2008



















