I Fitzgerald
Le memorie immaginarie di Zelda tra odio e amore verso chi l’ha distrutta e ne ha fatto un’icona
Com’era tenera la notte, fino all’ultima baruffa
Alabama song : dalla canzone di Kurt Weill a quella dei Doors, al titolo del romanzo di Gilles Leroy che da voce a Zelda Fitzgerald. Al centro, una giovane ragazza, la bella di Montgomery. Intorno a lei, a cerchi concentrici tutto ciò che diede un valore alla sua esistenza e che progressivamente si ridusse restringendosi inesorabilmente.
Il libro, vincitore del Prix Goncourt 2007, edito ora da noi per Baldini, Castoldi, Dalai nell’ottima traduzione di Margherita Botto, contiene le memorie immaginarie di Zelda Fitzgerald, buttate sulla carta a partire dal 21 dicembre 1940, giorno della morte di Francis Scott, data a cui il racconto ritorna, chiudendosi a cappio: «C’è chi si nasconde per rubare, per uccidere, per tradire, per amare, per godere. Io ho dovuto nascondermi per scrivere. Non avevo ancora vent’anni quando mi feci conquistare – dominare – da un uomo che ne aveva solo alcuni più di me, che voleva decidere della mia vita e lo fece moltissimo».
Il percorso della memoria, frammentato e altalenante tra l’oggi della malattia mentale e uno ieri che emerge a tratti, da una percezione in cui la profondità è ormai abolita in favore di una compresenza, contiguità
di tempo passato e tempo presente, è condotto in primapersona da Zelda. I ricordi sono veri, ma filtrati e spesso deformati nel loro interporsi a brani di dialogo con il giovane psichiatra che l’ha in cura. Per più di dieci anni Zelda è passata di medico in medico per supposta schizofrenia, ha subito elettroshock, è stata sedata con neurolettici, ancora e sempre dominata, domata.
La sua parola è fluttuante, e al tempo stesso molto tesa e nervosa. Doppia, insomma. Non solo per il giustapporsi dei vent’anni spensierati con iquaranta dolorosi, e il loro frequente sovrapporsi in un flusso
che non li separa ma li unisce.
È doppia anche perché Zelda non riesce a odiare l’uomo che l’ha distrutta, l’ha privata della sua scrittura, le ha impedito di essere madre serenamente, l’ha tradita e anche, morendo, abbandonata; ma allo stesso tempo non può amare l’uomo, quello stesso uomo, Francis Scott, il grande scrittore, che ha fatto di lei un’icona,
l’ha portata per il mondo, le ha dato una figlia, ha mantenuto le sue promesse. Ed è doppia anche, soprattutto, perché a dire io, a infilarsi nella pelle di Zelda, è Gilles Leroy, l’autore reale del libro, spogliatosi della sua identità per assumere quella di lei.
«Che pena essere una donna quando non si ha l’abito femminile», fa dire lui a lei, o meglio dice lui nei panni d lei.
Il discorso di Zelda è doppio perché si affanna a voler salvare l’integrità di colui che nei suoi confronti ha avuto tutte le colpe. «Questa follia a due non era amore», constata nel momento della perdita, eppure
l’idea di lasciare Francis Scott nella fossa, di separare se stessa da lui è per lei impensabile.
Incastonati nel racconto di sé da parte di Zelda – in questo ripercorrere il breve fulgore seguito dalla tragica scoperta di un quotidiano coniugale invivibile, lo spegnersi della gloria del marito, i furti che lui faceva
dai diari di lei per mettere insieme Tenera è la notte, l’omosessualità, l’allontanamento della bambina, e poi la danza praticata con furia autodistruttrice come fuga dal reale, il rifugio nella pittura per potersi esprimere anche dopo l’esplosione della malattia e il divieto di Francis Scott: «Tu non scriverai» – qua e là brevi lacerti di lettere: quelle scritte dal padre alla figlia, quelle della figlia al padre, alcune vere, alcune immaginarie. Il rapporto che l’ha esclusa, l’amore esclusivo da cui si è vista allontanata, come moglie e come madre.
Il libro di Gilles Leroy esce da noi proprio mentre in Francia viene pubblicata la corrispondenza reale tra Scott e Scottie, completa di molte lettere fino a oggi rimaste del tutto inedite (Lots of love. Scott et Scottie
correspondance 1936-1940, Bernard Pascutto éditeur, a cura di Romain Sardou).
La lettura contemporanea dei due libri crea un effetto stereofonico straniante, per il cozzare arbitrario di finzione romanzesca e verità letterale.
Se Zelda/Leroy cita le righe scritte dal padre alla bambina nel ‘33, quando lei non aveva ancora 12 anni – «Cose di cui preoccuparsi (del coraggio, della pulizia, dell’efficienza, dell’equitazione) e cose di cui
non preoccuparsi (dell’opinione comune, delle bambole, del passato, del futuro, di crescere, che qualcuno ti passi davanti, di trionfare)» – tra le lettere vere, datata 3 agosto 1940, troviamo quella, sempre del padre
alla figlia, che parla di preoccupazioni altre: «Tua madre ha insistito per vederti… Ai malati come lei sono necessari cippi chilometrici sulla strada: qualche piacere in prospettiva, qualche gioia da ricordare. Si
sente fiera quando vai a trovarla a Montgomery, per lei è un tema di conversazione. Pensaquanto è vuota la sua esistenza…
P.S. Mostra le mie lettere il meno possibile a tua madre: ti scrivo così liberamente!». E la figlia scrive al padre, 4 settembre: «Caro Papà, …con Mamma mi sono comportata come un angelo ornato di aureola… Sono contenta di informarti che non ha l’aria infelice… ma esprime le sue idee in modo così lambiccato… e ciò nonostante continua a fissarle per iscritto in un modo illeggibile…».
Gabriella Bosco
Tuttolibri dell’11 ottobre 2008 Scarica qui il pdf della pagina
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