Sto gelando. La portafinestra del balcone è spalancata. Il vento
ha soffiato via dai miei piedi il copriletto e la stanza è completamente
buia tranne un tenue bagliore arancione proveniente
dallo skyline esterno. Non mi sento più i piedi. Al quarantaduesimo
piano il vento non smette mai di soffiare.
Il mio boyfriend è in piedi davanti a me con un coltello.
Due notti fa, dopo essere sbarcato da un drogaparty di tre
giorni, ha deciso che avevo il resto del mese per raccogliere la
mia roba e smammare dal nostro, anzi dal suo, attico. Poi è
tornato alla sua consueta tabella di marcia a base di coca e
non si è più fatto vivo. Fino a stanotte.
«Perché la porta è aperta?» domando.
«Ero pronto a ucciderti e buttarmi giù dal terrazzo», mi
spiega calmo come se mi dicesse quale film voleva vedere.
«Con quello?» Indico il coltello da chef Wüsthof che ha in
mano.
«See.»
«Me l’hanno appena regalato per Natale.»
È un coltello parecchio costoso. Non posseggo molta roba
preziosa, ma ogni anno a Natale i miei mi mandano un coltello
del genere, anche se finora non ne ho usato neppure uno e
mi limito a esporli. Credo di aver detto una volta che avrei seguito
un corso di cucina per utilizzarli. «Non l’ho ancora adoperato.»
«Mi spiace. Sembrava il più adatto. Gli altri sono troppo
grandi», ha risposto, passando pigramente il pollice sulla lama.
Ha ragione. Gli altri coltelli che abbiamo in casa sono roba
da discount, perlopiù rovinati dalla lavastoviglie. Farebbero
comunque il loro sporco lavoro, ma il Wüsthof garantirebbe
il risultato al primo colpo. Mi trapasserebbe per bene inchiodandomi
al materasso. Wüsthof! M’immagino il suono
che farebbe mentre disegna un arco nell’aria e poi perfora i
miei polmoni, liberando come in un’esplosione il fiato nella
cavità toracica. O forse sarebbe più come un peto, una specie
di palloncino che si sgonfia.
«Perché ti sei fermato?» gli domando. Dubito che andrà fino
in fondo ora che sono sveglio. Sembra un po’ abbattuto, come
se gli avessi rovinato la sorpresa. Non sono per niente nervoso.
Se decide di farlo, lo farà velocemente. Dopo l’ultimo mese
passato insieme sono così esausto che è dura suscitare in me
un benché minimo senso di panico o di catastrofe imminente.
«Mi sono appena ricordato quale portiere c’è stanotte. Non
mi va di terrorizzare Pedro», replica Jack.
Pedro è un portoricano sui settanta. È un po’ tardo, così lo
piazzano nei turni di notte. Jack, che è un escort gay, nel suo
andirivieni coi clienti lo vede un sacco di volte. Gli piace esercitare
il suo spagnolo con lui.
Pedro rimarrebbe seriamente sconvolto se Jack gli si sfracellasse
sulla piazzola proprio di fronte al palazzo.
«Basta così? Posso tornare a dormire?»
«See. Non era un piano elegante», osserva. Dice cose del
genere. Piano elegante. È per questo che lo amo.
«Okay.» Jack fa per tornare in soggiorno.
«Puoi chiudere la finestra, per favore?» Indico il balcone.
Il suo cercapersone suona. I giovedì sono la prima notte di lavoro
del weekend. Chiude la finestra, prende il cordless sul tavolino
e digita il numero apparso sul display del cercapersone.
«Sono Aidan. Mi hai cercato?» La voce si abbassa di un’ottava
quando parla con un potenziale cliente. Personalmente
ho sempre trovato molto più sexy il suo timbro normale.
«Cosa vuoi?» Pausa. «Per quanto tempo?» Pausa. «Certi
giocattoli sono extra.» Pausa. «Si può fare.» Pausa. «Serve
qualche regalino?» Pausa. «Quattrocento verdoni all’ora.»
Pausa più lunga. «Senti, sei un pezzo di merda ciucciastronzi
che probabilmente manco gli si rizza. Sei fortunato se ho tempo
per venire a sturare la tua merda. Sono trecentosettantacinque
dollari, sennò vai a smanettarti con un porno.» Pausa.
«Arrivo tra dieci minuti.»
Mi riaddormento mentre «Aidan» raccoglie quanto serve,
vibratori, lacci, creme lubrificanti, giocattoli ecc., li infila in
uno zaino ed esce nella notte di gennaio.
L’ultima cosa che noto prima di riaddormentarmi sono le
luminarie di Natale appese sul balcone. Dalla mia posizione
strategica a letto le lampadine si mescolano con le luci dello
skyline dietro. Sono rimaste accese notte e giorno per settimane
e ormai andrebbero tolte. Ma come qualunque faccenda
non direttamente legata alla sopravvivenza quotidiana, è
probabile che resteranno lì fino a primavera. A New York le
cose brillano molto più a lungo di quanto ci si aspetta, prima
di spegnersi.
Tratto da In questi giorni sono fuori di me di Josh Kilmer Purcell



















