Un lama e due monaci suoi collaboratori vengono uccisi a poche centinaia di metri dalla residenza in esilio del Dalai lama. I tre stavano traducendo in cinese un testo del Buddha sull’Origine dipendente dei fenomeni. L’indagine sul brutale omicidio apre al commissario indiano Singh le porte di un universo a lui sconosciuto. Con il suo vice Amithaba, Singh ricostruisce i fatti e identifica i colpevoli del delitto in alcuni seguaci del culto di Dorje Shugden, uno spirito dai temibili poteri mondani. Ma i presunti assassini sono fuggiti in Tibet, e i giudici non ritengono le prove raccolte sufficienti a punire i mandanti, tra cui figurano i vertici di una società ispirata a Shugden che ha sede nel quartiere degli esuli di Delhi. Partendo dai risultati di Singh, un giornalista investigativo, l’autore, cerca allora di imboccare un percorso alternativo, ricostruendo la mistica che si cela dietro il crimine. L’indagine lo porta indietro nel tempo fino all’epoca del Quinto Dalai lama e di un suo contemporaneo morto in circostanze mai chiarite nel grande monastero di Drepung, alle porte di Lhasa. Come si scoprirà, la leggenda della scomparsa di quest’ultimo e della sua successiva trasformazione nell’essere demoniaco oggetto del culto ha attraversato la storia tibetana, riaffiorando nei suoi momenti cruciali. Anche l’attuale Dalai lama ha onorato per anni il culto di Shugden, ma progressivamente se n’è distaccato, creando le condizioni per una sorta di scisma dagli esiti imprevedibili. Deciso a combattere lo spirito settario coltivato da una parte del clero della sua scuola Gelupa, il leader tibetano rivela all’autore i propri timori, che sembrano trovare conferma negli eventi più recenti, poiché i seguaci di Shugden sono entrati nell’area di influenza delle autorità cinesi. Il rapporto tra lama dissidenti e regime comunista si fa ogni giorno più stretto, ponendo le basi per un’alleanza che punta a eliminare dal futuro del Tibet ogni traccia del lignaggio dei Dalai lama. La sfida è iniziata, e coinvolgerà ancora parecchie generazioni di tibetani e cinesi, ma anche di occidentali interessati ai segreti delle civiltà dell’Asia.
«Decine di lama, geshe, medium, studiosi e semplici praticanti, ai quali ho chiesto informazioni e pareri sul caso Shugden, mi hanno indistintamente pregato di raccontare i fatti con un atteggiamento imparziale perché ognuno potesse farsi da solo un’idea delle conseguenze cui potrebbe portare l’acuirsi dell’attuale tensione. In cima ai loro pensieri, la paura di veder accelerare attraverso le divisioni scolastiche la scomparsa di una cultura così particolare e profonda.»
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Siamo nel 2008 e all’inizio del 2006 Tenzin Gyatso é riuscito a farsi applaudire ad un congresso internazionale di Neuroscienze (a New York), ci provava da un po’, finalmente qualcuno aveva informato gli scienziati che i cervelli tibetani avevano collaborato. La storia del “demone” di cui parla il libro é nota a tutti gli aficionados legati alle vicissitudini del Tibet, del suo capo spirituale, nonché del buddismo tibetano, il Bon e lo Dzog-chen, sui quali si sa di più ora che non durante tutti i secoli passati. Non ho letto il libro, lo leggerò, sono sorpreso ma non troppo di vedere questa pubblicazione e me ne domando lo scopo. Da quel poco che ne so é stata una vera e propria “guerra”, ma certo non combattuta secondo i canoni tradizionali. Al’inizio degli anni 90, essendo in qualche modo legato a Namkhai Norbu, personaggio eterodosso nel panorama internazionale della diaspora tibetana, mi ritrovai inaspettatamente, ad avere delle visioni-sogni lucidi – sulla tematica affrontata dal libro – ma ai tempi non ne sapevo niente…che sembravano usciti da una puntata di Harry Potter. Tutto meno che divertenti, si inserivano, tra l’altro in un quadro problematico della trasmissione degli insegnamenti tibetani in occidente, a cavallo tra esperimenti di neuroscienze [nella seconda metà degli anni 80 molti meditatori ed esperti di stati alterati di coscienza (trance) si riciclarono nei laboratori civili e militari] e l’impossibilità, da parte degli adepti nostrani, di scrollarsi di dosso brutte abitudini e divieti mentali vari, per poter apprendere a, letteralmente, usare il cervello “alla tibetana”. Il che, tra l’altro provocava sconcerto e delusione tra gli insegnanti orientali e non nonché tra gli apprendisti, ma anche quache furbata tra i new age lamas che si riciclavano a suno di dollari nel business dell’arte della visione “precotta” (un po’ come lo sciamanesimo da supermarket che va per la maggiore). All’inizio si pensava che i praticanti di Shugden ce l’avessero coi cinesi ed evocassero questo essere per scopi…diciamo bellicosi, ma pare che la faccenda sia più complicata e, disgraziatamente, nei limiti di quel che posso capire dalla presentazione del libro, tutta questa storia assurda, ma piuttosto importante dal punto di vista politico, butta alcol sul fuoco delle speranze del nuovo Papa di diffondere nuovamente le pratiche esorcistiche. Come se una rete internazionale del “pensiero autoritario” si fosse messa d’accordo per dare a tutti i liberi pensatori una bella ripassata e rintronarli abbastanza da farli ricadere in sistemi di credenze più adatte ad un gregge di pecore che a dei cosiddetti esseri umani. Incrociamo le dita e stiamo a vedere…