Caro direttore, nel suo articolo sul Riformista di martedì 18 novembre Andrea Romano mi fa l’onore di inserirmi a bella posta in uno dei «due rami ugualmente sterili» attraverso i quali si sarebbe sdoppiato quello che lui chiama «l’antiberlusconismo radicale» nato all’incirca nel 1995. Tredici anni dopo, io sarei uno dei frutti (se capisco bene tra i più bacati) di cotanta semina. Sarei parte di quella «ridondanza a giorni alterni dell’allarme regime». E farei coppia con Antonio Di Pietro. Colpevole lui di aver raffigurato in Parlamento Berlusconi come il generale Videla. Colpevole io di aver scritto del berlusconismo «né più né meno come di un regime con tratti in comune con il fascismo». «Con buona pace – aggiunge Romano – sia del rispetto dovuto alle vere vittime dei veri fascismi, italiano e argentino, sia della buona salute dei nostri sensori civili devastati con tanta leggerezza».
No, caro direttore. Non ci sto. Per amor di verità, Koba avrebbe dovuto leggere (o almeno leggere meglio) il libro che ho appena dedicato al Cavaliere (“Lo Statista”). Se l’avesse fatto, avrebbe potuto raccontare ai tuoi lettori che il raffronto tra berlusconismo e fascismo si iscrive in una riflessione molto più ampia sulla natura “tecnica” dei totalitarismi moderni. Avrebbe potuto scoprire che il mio tentativo è opposto a quello in voga presso l’antiberlusconismo radicale, che tende ad esaurire il fenomeno o come semplice forma di telepopulismo mediatico, o come barbaro esempio di golpismo costituzionale.
Proprio per evitare queste semplificazioni, (che spesso la cultura terzista sfrutta abilmente per incasellare a suo comodo tutti coloro che hanno il torto di criticare il Cavaliere) nel libro non ho fatto un solo cenno alle vicende giudiziarie di Berlusconi. Viceversa, ho fatto molti cenni sulla piena legittimità democratica del suo governo, sulla compattezza del blocco sociale che ha ricostruito e che è largamente maggioritario nel Paese, sull’oggettiva capacità di generare consenso di molte campagne messe in atto in questi mesi dai suoi ministri. Ho cercato di spiegare perché, a mio parere, il Cavaliere è ormai un vero statista: tra i peggiori, ma pur sempre uno statista che ha saputo capire e conquistare l’Italia.
Ho cercato di spiegare perché, a mio avviso, la sua parabola politica si inserisca in un filone di continuità simbolica con il fascismo. C’è qualche affinità di contesto politico (la crisi dello Stato liberale e il crollo del sistema dei partiti), qualche affinità di carattere personale (il mito del capo infaticabile, il carisma populista e situazionale), qualche affinità sui valori di fondo (dio-patria-famiglia), qualche affinità sulla produzione e la gestione del consenso (attraverso la “vigila cura” sui media). E poi, certo, una analoga visione autocratica del potere, coniugata al tentativo di riprodurre una “rivoluzione conservatrice” che l’opinione pubblica mostra di gradire. Il tragico errore dell’opposizione (nel libro dico anche questo) è di non provare a chiedersi perché, ma di continuare a pensare, in nome del vecchio mito della “diversità” berlingueriana, che quello italiano sia un popolo indegno di questa nobile sinistra.
Ho cercato anche di chiarire perché, secondo me, l’Italia di oggi attraversa un ciclo di democrazia a bassa qualità. Quando lo “stato di diritto” diventa “stato di governo”, e il potere tende ad esercitare la sua sovranità in modo tendenzialmente assoluto, con poco rispetto per le istituzioni di garanzia e con molta intolleranza per tutte le manifestazioni di dissenso, la democrazia non viene meno. Ma può assumere connotati illiberali, sui quali forse non è inutile riflettere. Possibilmente senza ricadere nei soliti (quelli sì, davvero corrivi) stereotipi dominanti: il berlusconismo militante e l’antiberlusconismo combattente. Non ho bisogno della lezione di Romano, per riconoscere la differenza con le tragedie dei veri fascismi, e per portare il rispetto che meritano alle vittime delle dittature del tragico Novecento. Lo scrivo testualmente, nel libro. E mi dispiace che una persona intelligente come Romano mi ricicli in quello che nel libro chiamo «il rumore bianco» dell’informazione, come fossi uno dei tanti “imbecilli” (e in effetti non ne mancano) che abbaiano come cani alla luna “regime, regime!”. Non era e non è questa la mia intenzione.
Ma un’ultima cosa, al Terribile Koba, la voglio chiedere. Apprezzo la chirurgica precisione del suo bisturi culturale, che seziona i tessuti già martoriati dello sciagurato centrosinistra italiano. Ma perché non prova a dirci lui (con lo stesso rigore analitico e politico) cosa pensa del berlusconismo di questi anni? Perché non scattano mai i suoi «sensori civili», quando il Cavaliere definisce “coglioni” gli italiani che votano a sinistra, o “imbecilli” quelli che lo criticano perché dà dell’abbronzato a Obama? Perché non si indigna, in nome di quelle povere vittime delle vere dittature, quando non riesce mai a dirsi anti-fascista, e dribbla il tema con un agghiacciante “io penso solo a lavorare”? Perché non prova un moto d’imbarazzo, quando dice che il Parlamento è un posto per nullafacenti e la Corte costituzionale è un covo di comunisti, quando impone alle Camere il Lodo Alfano, quando accusa i tg di creare ansia nei telespettatori, o quando sceglie lui (espropriando di questo diritto l’opposizione) il presidente della Vigilanza Rai? Tutto questo, con il vero fascismo mussoliniano, non c’entra. Sono il primo a saperlo, e a scriverlo. Ma Koba è così sicuro che tutto questo c’entri con la vera democrazia liberale?
Massimo Giannini
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Il riformista - 25/11/2008




















[...] risposta di Andrea Romano alla lettera di Massimo [...]
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