Assurdo Italia: Mi chiamo Andrea

Andrea ha i capelli biondi, gli occhi verdi, un bel viso paffuto e si aggira tra i mobili di legno come un commando di marines in missione. Andrea salta sul divano a piedi uniti, prende il telecomando e accende la tv per vedere i suoi cartoni preferiti su Rai Sat. Andrea ti guarda a stento perché sei un estraneo, ma appena la mamma porge le braccia si rintana addosso a lei e abbozza persino un sorriso.

Andrea Ciummei, da Piombino, ha quattro anni e mezzo, ma per lo Stato italiano non esiste più.
O meglio esiste ancora, ma con un altro nome, un nome diverso da quello scelto dai suoi genitori e che per tre anni era stato il suo nome ufficiale e riconosciuto in tutti i documenti.
Per la legge adesso infatti Andrea Ciummei si chiama d’imperio Andreina Ciummei.
Perché per i giudici del tribunale di Livorno una bambina non può chiamarsi con un nome da maschio, e
lei è innegabilmente una bambina, e Andrea è un nome da maschio nel nostro Paese. Come se i nomi avessero un sesso…

La guerra dei Ciummei è una piccola guerra comune ad altre coppie italiane che si sono innamorate dell’idea di scegliere per una figlia questo nome che solo in Italia è usato al maschile, mentre in molti altre nazioni è esclusivamente femminile, nonostante una derivazione etimologica greca che richiama la forza e la virilità. Solo che loro questa guerra, almeno finora, l’hanno persa.

«Ci garbava Andrea», dice Daniele, il papà, «per una bimba è un nome particolare, ma almeno la distingue, la
fa uscire dalla massa, pensavo che a Piombino sarebbe stata l’unica a chiamarsi così.»
«E io come madre ho il diritto di scegliere il nome di mia figlia!» continua Oksana, la moglie. «Perché gli altri
possono farlo e io no?» aggiunge con un nascosto timore di discriminazione, che da quando si è trasferita anni fa dall’Ucraina in fondo in fondo non l’ha mai abbandonata.
Agita una rivista dove c’è la foto di una giovane nobildonna italiana che organizza prestigiosi party di nozze e che tiene sulle gambe una bambina, mi indica la didascalia dove c’è scritto «…e sua figlia Andrea», e si lamenta: «Come mai a noi hanno fatto tutti questi problemi e a lei no? Perché io non sono niente e lei è qualcuno?»

In un mondo dove i cosiddetti vip scelgono i nomi più bizzarri per i loro pargoli, Chanel come un profumo per la figlia del famoso calciatore, Oceano per l’erede dell’erede della grande azienda automobilistica, Kal-El come il nome kriptoniano di Superman per il celebre attore di Hollywood, gli uffici dell’anagrafe dei comuni italiani sembrano orientati invece ad alzare una trincea invalicabile per un nome così comune come Andrea, se declinato al femminile.

«Eppure in tv mi dicono sempre che siamo in Europa», brontola Daniele Ciummei, «e all’ultimo Festival di
Sanremo quella soubrette biondissima non si chiamava proprio Andrea?» facendo riferimento alla bella ungherese Andrea Osvárt.
Daniele e Oksana Ciummei sono una coppia ben assortita: lui sembra il sognatore, come spesso capita a chi
ha guardato troppo a lungo l’orizzonte misterioso del mare, lei quella che lo richiama alla realtà, con l’esperienza di chi ha dovuto lasciare il proprio Paese per cercarsi un futuro e adesso vuole godersi ciò che ha. Ma nella guerra del nome sono uniti come una falange con la stessa concretezza e determinazione.
(…)
Dopo appena due ore lo chiamò il responsabile dell’ufficio anagrafe del Comune per invitarlo a discuterne
assieme. Il dirigente pubblico gli parlò di un decreto presidenziale che impediva di attribuire un nome confusivo rispetto al sesso. Decreto n. 396 del novembre 2000, art. 35: «Il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso e può essere composto da uno o più elementi onomastici, anche separati, non superiori a tre».

Ma alla fine accettò di registrare la piccola Ciummei col nome desiderato di Andrea, anche se con riserva. «Mi disse che se nessuno avesse fatto obiezione nei successivi sei mesi, il nome sarebbe stato definitivo. E che a fare obiezione poteva essere in pratica solo il presidente della Repubblica», ricorda Daniele, «allora dissi, dè, è fatta, con tutto quel c’ha da ‘ffare il presidente si va a occupare proprio della mi’ bimba…»
E così Andrea Ciummei iniziò la sua vita su questa terra col nome prescelto dai suoi e ufficialmente consacrato: tanto che arrivarono a casa regolarmente il codice fiscale, la tessera sanitaria, e sul loro passaporto c’era scritto chiaro: «Andrea Ciummei, sesso F».

Loro finirono inevitabilmente per dimenticare quelle scorbutiche scaramucce all’anagrafe e credettero che il problema iniziale fosse stato velocemente superato per sempre.
Poi un giorno arrivò una oscura lettera dal Comune di Piombino. Andrea nel frattempo aveva compiuto tre anni.

La lettera, senza grandi spiegazioni, informava con linguaggio burocratico che Ciummei Andrea e Ciummei Andreina dovevano ritenersi ufficialmente la stessa persona.
Ma chi diavolo era quella Andreina?, pensò Daniele, ritenendo si trattasse di un banale errore.

Corse al Comune e lì gli diedero la cattiva notizia. Quella lettera in realtà comunicava ai due genitori che per

decisione del Tribunale di Livorno il nome Andrea della loro bimba era stato cambiato dai giudici di loro iniziativa in Andreina, e che quindi d’ora in poi la figlia si sarebbe chiamata così. (…)

Arrivando a Mi manda Raitre si resero conto di non essere soli nella loro guerra delle Andrea. Anzi, il fenomeno era più diffuso di quanto immaginabile. Ma scoprirono anche che l’Italia, come spesso capita, applica la legge a discrezione individuale. Molte anagrafi comunali bloccano sul nascere l’idea di bambine chiamate Andrea, altre rimandano come Piombino la decisione al tribunale, altre ancora accettano senza problemi, altre non sanno, non capiscono, suggeriscono cose bizzarre, come quella che diceva
«chiamatela Andreaa, con una A in più, così è chiaro che si tratta di una femmina…» Insomma, la legge è uguale per tutti, ma ognuno la interpreta a modo suo.

Tratto da: Andrea Vianello – Assurdo Italia : acquista ora

<6th, January 2009 - categoria: Estratti - commenti: Nessuno

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