Un estratto de I miei ricordi di Walter Bonatti racconta la storia dell’alpinismo. La testimonianza è del 1965
L’alpinismo è nato circa un paio di secoli fa dagli esploratori
delle Alpi che, dopo averne conosciuto valli e valichi,
sentirono il bisogno di conquistarne le vette. Caddero allora
a una a una quelle naturali fortezze piene di leggenda,
ritenute spesso inespugnabili. Poi fu la volta delle creste,
delle pareti, degli spigoli di quelle cime lungo vie sempre
più dirette e più difficili. Gradatamente, quei naturali
ostacoli dell’età pionieristica erano diventati ideali palestre
dell’ardimento e della tenacia. Ma soprattutto, per alcuni,
erano stati nobilmente assunti a pretesto per affermare
le proprie doti, per ingaggiare una competizione con
se stessi più che con la montagna, e per estendere nel clima
dell’azione quell’affettuoso, ancestrale dialogo con
madre natura. E qui l’alpinismo trascende veramente le
sue origini per assumere un senso quasi filosofico.
Direi che acquista un’anima, e subito dopo diventa un’espressione
attiva ed eroica del nostro tempo.
Dio e patria, i valori supremi e contrastanti cui erano
rivolti gli eroi del passato, e a cui le nostre contraddizioni
interne rimasero fedeli con successo e con tanto misticismo,
hanno perduto col tempo molto del loro ascendente.
A dare fede e pace, oggi, non bastano più i re, le parole, i
misteri: la vita stessa è una continua aggressione di domande,
di provocazioni, di dubbi. L’intelletto ha sopraffatto
i valori spirituali e morali prima ancora che questi si
fossero sviluppati; così da una società decadente, scaturita
da valori instabili e confusi, anche l’eroismo tradizionale,
privato di confini, è dilagato, ahimé, svuotato quasi del
suo contenuto e della ragione stessa della sua esistenza.
Ma qui nasce un nuovo movimento eroico dell’animo.
Svincolato ormai dalle strutture della moralità classica,
che sorreggeva i martiri e i guerrieri antichi, esso assume
un altro profilo, più adatto al nostro tempo. A provocarlo
sono le frustrazioni di una civiltà tecnicistica e la ribellione
a una società collettivistica, una società felice quasi di
poter confondersi con tutti «gli altri», e soddisfatta di poter
sembrare piuttosto che di essere. È inoltre il rifiuto dei
disinganni e delle bassezze a generare questo eroismo, ma
è anche il rigetto di quella sicurezza promessa dal progresso,
che una volta acquisita non fa più progredire l’animo.
Si scopre così che il moderno eroe si manifesta
«contro» invece di aderire «per», disprezza questo piatto
e logoro mondo, ridotto a una «maledizione sottile», si
fortifica l’animo voltandogli le spalle, rischia la morte per
fuggirlo nella solitudine pura di una montagna selvaggia,
di un oceano tempestoso, di un deserto.
L’eroismo moderno, questa nuova solitaria espressione
del coraggio, assume quasi un aspetto vuoto e gratuito al
confronto di quello antico, sempre diretto verso una condizione
unanimemente consacrata. L’eroe d’oggi può
quindi apparire come un cavaliere del nulla, un conquistatore
dell’inutile che si muove secondo il proprio arbi-
trio e le proprie condizioni. Ecco perché per qualcuno
può forse apparire assurdo e insopportabile. Eppure in
questi moderni eroismi esiste una verità convincente e
confortante. Essa trascende le premesse materiali e persino
la pura, intima soddisfazione di chi li compie, in lotta
a volte disperata con se stesso, con le difficoltà e l’incomprensione
dei molti. Questa verità è la chiave stessa della
verità dell’uomo. È il volto dei suoi sogni d’evasione, il
grido di fuga dalle pressioni sociali, il rimpianto e l’ammonimento
per una condizione naturale e dimenticata,
ma forse non ancora irrimediabilmente perduta: è il simbolo
che conferma la nostra dimensione umana, irreversibile
e immortale. E tale verità, a ogni impresa di coraggio,
echeggia, forse inconsciamente, come un inno alla vita, tra
l’umanità che per un attimo è scossa dal torpore.
Scienza e saggezza, indispensabili al progresso umano,
non sono la stessa cosa; il filosofo ce lo ricorda da lunga
data. Accettiamo pure le cosiddette conquiste sociali, e
con il nostro insaziabile orgoglio approdiamo anche sulla
Luna e su altri mondi, ma non dimentichiamo che il destino
dell’uomo è quello di diventare sempre più umano.
Ecco cosa vogliono ricordarci le inutili quanto sagge «follie»
degli attuali eroi.
Se ciò può rispondere ad alcuni perché di un certo alpinismo,
di questo rimane tuttavia da vedere il profilo delle
difficoltà e i mezzi e le tecniche per praticarlo. Ma è evidente
che i «come» e i «perché» dell’alpinismo devono essere
in perfetta armonia fra loro, affinché la scalata non diventi
una cosa totalmente estranea al suo alto significato.
Rivediamo dall’inizio le tappe dell’evoluzione di que-
sta disciplina. L’esploratore delle Alpi diventato scalatore
di vette, deve, come tale, creare, inventare, fabbricare gli
attrezzi e gli strumenti indispensabili per superare le difficoltà
e i pericoli che la montagna gli oppone. Nascono così
le prime rudimentali corde, le piccozze e gli scarponi
chiodati. Poi l’alpinista si rivolge alle creste, alle pareti,
agli spigoli dei picchi rocciosi e agli erti pendii ghiacciati
delle alte montagne. Allora si perfezionano i vecchi attrezzi,
si creano i ramponi da ghiaccio e i chiodi da scalata.
Ora c’è chi considera una profanazione piantare un
chiodo nella montagna (e magari poi accetta tranquillamente
l’uso, non proprio indispensabile, dei ramponi da
ghiaccio). Paul Prëuss sarà un simbolo di questi moralisti:
siamo dunque alle svolte e alle contraddizioni di un’etica
alpinistica che sta maturando e che crea i suoi profeti e i
suoi discepoli. I chiodi, nati da poco, si piantano col martello
nelle fessure naturali della roccia: prima come mezzo
di assicurazione, poi, con l’aumentare delle difficoltà, come
mezzo di progressione, là dov’è possibile piantarli.
Questa tecnica permette allo scalatore di volgere le sue
ambizioni verso qualsiasi montagna del mondo, allargando
così il suo campo d’azione. Tuttavia, le cime conservano
ancora – cosa essenziale – il fascino dell’ignoto e dell’impossibile,
né si è ancora sciolto quel senso di lotta ad
armi pari con la montagna e neppure si è eliminato il rischio
e l’incertezza: elettrizzanti sproni del genere umano.
Siamo così giunti ai primi cinquant’anni del ventesimo secolo
e l’alpinismo è nella sua epoca d’oro, classica, intramontabile
per i valori creativi e umani che vi si esprimono.
Emergono ora nello scalatore una grande saldezza mo-
rale e fisica, una volontà indomabile, un’audacia cosciente,
un freddo ragionamento, una logica intelligente e riflessiva,
e non ultimo resta intramontata una colta e classica
inclinazione poetica.
La «meccanizzazione» segna infine la terza e attuale
tappa storica dell’alpinismo, e ne sono protagonisti molti
degli odierni scalatori. Spesso, infatti, nel bagaglio di questi
atleti della montagna figurano autentici attrezzi da costruzione:
chiodi a espansione o a pressione (applicabili
praticando fori in qualunque roccia viva), trapani (rudimentali
o azionati da un motore compressore portato al
seguito), e poi amache, radioline a transistor, carrucole e
cordini fissi che, simili a un cordone ombelicale, collegano
lo scalatore con la base della parete per essere rifornito
del necessario e anche del non sempre indispensabile.
La tecnica, evidentemente, ha ormai preso la mano all’alpinista.
L’uomo infatti si è oggi armato di tanti e tali
mezzi tecnici da vincere con matematica certezza qualsiasi
parete. Tant’è che dopo la prima scintilla d’avvio all’uso
di questi compromessi, non c’è più stato strapiombo
che, tentato, non si fosse vinto. Così ancora una volta il
tecnicismo ha sopraffatto l’uomo mortificandolo.
È indubbio che questo meschino genere di scalata permetta
prestazioni di limiti esclusivamente atletici, perciò il
suo più autentico significato è andato ormai perduto. E
qui si esaurisce automaticamente il mio discorso.
Ma perché tanto decadimento nelle moderne espressioni
dell’uomo? Semplicemente perché la vita ci dà ogni
giorno di più un cattivo esempio. Oggi, purtroppo, l’individuo
è attento piuttosto al declino che all’incremento del
domani; inoltre guarda sempre meno al passato. Per conseguenza
disdegna le regole, la memoria di un passato, i
comportamenti propri della tradizione pur di levarseli di
mezzo: perché disturbano, irritano.
Per quanto mi riguarda, il mio alpinismo – ovviamente
del genere classico – ha sempre trovato riscontro e chiarezza
in ogni mia azione, nel mio modo stesso di vivere:
confacendosi perfettamente al mio temperamento e rispondendo
completamente alle mie necessità.
È dunque muovendomi nel solco della tradizione che
ho sempre cercato di portare questa traccia più avanti, senza
snaturarla, rispettando le regole di un gioco che ha un
senso e un fascino proprio perché il «mazzo» non è stato
truccato per vincere a ogni costo. È naturale quindi che le
mie imprese alpinistiche abbiano acquistato sovente il valore
di un’affermazione di principio contro le degenerazioni.
Tratto da I miei ricordi
di Walter Bonatti
Baldini Castoldi Dalai editore




















Walter Bonatti non è solo un mito dell’alpinismo, ma anche un autentico sociologo, consapevole o no. Nel corso dei miei studi sociologici ho letto di molti autori, e più di uno di questi “illuminati” arriva a conclusioni simili a quelle di Bonatti sullo stato della società. Non è importante il fatto che egli scriva cronologicamente dopo questi studiosi, poiché per come scrive si capisce che quello che afferma lo pensa veramente.
Sono appassionato di alpinismo e da pochi anni ho cominciato questo “sport” (volutamente ho messo le virgolette…). Quando l’ho cominciato, a 31 anni compiuti, ho scoperto un’avventura umana formidabile. Nel modo in cui Bonatti racconta le sue avventure alpinistiche capita allora che riconosco, almeno in piccolissima parte, il modo d’essere che porta me stesso sui monti. E’ per questo che, nel mio estremo piccolo, mi sento vicino a Bonatti, appunto nel modo d’essere. Inoltre, ritengo di una profondità di pensiero rara le sue riflessioni, appunto così pregnanti anche da un punto vista sociologico o filosofico che sia.
Dunque, le mie impresioni su Walter Bonatti sono di parte, ma sono convinto che questo “uomo di una volta” meriti maggiore attenzione, ascolto e riconoscimenti.
E’ spesso una voce fuori dal coro, a certuni non rimane simpatico. Ma quello che dice travalica e toglie senso a qualsiasi bassezza.
Cordiali saluti
Simone