Il Tirreno: Come fabbricavamo i successi italiani

Canzoni, cantanti e case discografiche in un bel volume di Mimma Gaspari.

Settanta anni, bolognese di nascita, ma romana d’adozione, Mimma Gaspari ha lasciato l’ambiente discografico alla metà degli anni Ottanta, ma dopo qualche anno di “decompressione” ha ripreso a lavorare prima lavorando a un casting per un programma
televisivo e poi dando una mano a Arbore alla seconda edizione di Doc.

Quale definizione darebbe del lavoro che ha svolto nell’ambito del mondo musicale italiano?
«La chiamavano promozione, è un termine brutto, ma non so se esiste una definizione vera della mia professione. Ho fatto di tutto nel pianeta delle sette note: l’ufficio stampa, il lavoro editoriale, quello con radio e tv per promuovere un disco e un cantante».

Lei ha iniziato a lavorare nell’industria discografica sul finire degli anni ’50 in un’Italia un po’ maschilista: che tipo di problemi ha incontrato come donna?
«Nessuno. L’unico problema vero che ho incontrato è che non mi hanno mai fatta dirigente
sebbene io avessi un lavoro di grande responsabilità come il portare un cantante al successo. Se funzionava facevo vendere un sacco di dischi alla mia azienda. Tutti riconoscevano che ci sapevo fare nel mio mestiere ma ho anche avuto un altro tipo
di problemi nel senso che ho preferito fare contratti di consulenza per essere più libera
ed aver più tempo per i miei bambini, anche se poi finiva sempre che lavoravo dodici
ore al giorno».

Leggendo le pagine del suo libro, soprattutto la prima parte, si ha la sensazione che lei descriva mondi e ambienti irripetibili: è così?
«È vero, sono irripetibili perché oggi non c’è più quel mondo lì. Crollato il mercato discografico non ci sono più i soldi da investire sui cantanti. Ai nostri tempi il fatturato era di 80 miliardi l’anno: hai voglia a farne di dischi! Si facevano i 33 giri in un certo modo. La Rca è quella che ha creato l’LP, Ennio Melis ha inventato questo modo di farlo: si partiva da un titolo che sviluppava un tema poi presente nel resto delle canzoni che avevano una sequenza.
Insomma tutti i brani dovevano essere buoni. E’ per questo che abbiamo venduto tanti
dischi. Ma nella prima parte della mia vita, alle Messaggerie, ho imparato che cosa era
la canzone e come poteva diventare un grande successo».

Milano e Roma sono state tappe fondamentali per lei…
«A Milano ho avuto ottimi maestri, Ladislao Sugar era un genio, anche Teddy Reno era
un grande talento col quale ho cominciato a collaborare nel ’65 e per me è stato un vero
e proprio maestro».

Sugar e Melis, dunque, in decenni diversi, hanno dato un contributo decisivo al progresso della nostra musica…
«Sugar è stato quello che per primo ha capito l’importanza della canzone italiana. Era un
uomo con due occhi molto intelligenti, mi ha sempre colpito, era gentile, un gran signore,
ma dal forte temperamento anche nel mantenere la rete di rapporti internazionali che
aveva costruito. Era ungherese, ma parlava tutte le lingue. Lui riusciva a scegliere le canzoni e gli autori giusti. Soprattutto ha ben presto intuito che vicino a un editore ci doveva essere una casa discografica e ha comprato la Cgd da Teddy Reno ritenendo che per i dischi ci sarebbe stato un grande futuro».

E di Melis cosa ci dice?
«L’incontro con Melis è stata una delle cose più difficili della mia vita perché io volevo entrare nell’Rca. Feci un colloquio con lui e il presidente Ornato. Melis era cupo e mi faceva
delle domande un po’ a tranello. Mi sembrava un esame. Dopo un’ora mi offrirono di occuparmi della promozione di un’etichetta di giovani che fino a quel momento aveva stentato. Accettai un compenso che era la metà di quello che in quel momento percepivo alla Phonogram. Lo feci perché avevo capito che lì c’era lo stesso spirito delle Messaggerie e funzionava molto bene il lavoro di squadra».

Tra i musicisti con cui ha lavorato nel periodo romano ce n’è uno che, almeno per quel che si legge nel capitolo a lui dedicato, l’ha colpita in modo particolare: Piero Ciampi
« Piero Ciampi lo avevo già conosciuto a Milano perché Crepax, direttore artistico della
Cgd, se ne era invaghito. Allora lo chiamavano l’italianò. Alla casa discografica milanese
c’erano molte canzoni di successo ma non c’erano cantautori. Nacque così il brano “Lungo
treno del Sud”, bellissimo, ma non funzionò così come il disco “Piero l’italianò”. E l’infortunio mandò in crisi lo stesso Crepax che aveva capito che il mondo dei cantautori
era il futuro, ma agli italiani piacevano cose come La Gatta, di facile ascolto. Piero lo conobbi in quel periodo, capii subito che era un grande artista, ma io allora ero una ragazzina di 21 anni, non decidevo. Io facevo l’ufficio stampa per gli artisti, questo era il mio compito. Incontrai di nuovo Piero a Roma, più tardi, alla Rca. Melis, il grande capo, era impazzito per Ciampi, gli piaceva moltissimo e fece di tutto per aiutarlo».

Perché secondo lei il poeta e cantautore labronico non ha avuto il successo commerciale che avrebbe meritato?
«Credo, prima di tutto, perché non si è aiutato. Lui era davvero uno dei più grandi, un
poeta prestato alla canzone, ma troppo spesso non era sobrio e questo ti impediva di
dargli tutto il sostegno che meritava. Erano anni in cui c’era l’assalto all’arma bianca dei
cantautori, ma Ciampi era molto più di spessore degli altri, più complesso anche e forse
troppo avanti rispetto a quei tempi. Sono felice che a Livorno ci sia un Premio Ciampi
che lo valorizza perchè la sua opera è veramente di altissimo livello».

C’è un’altra livornese con cui ha avuto rapporti di lavoro: Nada…
«E’ una delle cantanti che ho conosciuto e con cui sono stata di più, nel senso che dopo il
boom di “Che freddo fa” al Festival di Sanremo lei è venuta a Roma e a me hanno affidato
la sua promozione. Mi faceva tenerezza, aveva appena 15 anni, ma teneva bene testa a Migliacci quando lui cercava di impostare anche il personaggio. Era una giovane sicura, intelligente, sveglia, carina e poi aveva un gran carattere, si impuntava e con lei mi sono divertita moltissimo. Abbiamo fatto radio e tv, tutti la chiamavano ed eravamo noi a scegliere. Nada era di grande talento: con quell’aria da ragazzina aveva una capacità di comunicare che pochi possono vantare».

A proposito di Sanremo: il Festival è condensato in poche pagine alla fine del libro. Significa che per lei non ha avuto un ruolo così importante nella storia della canzone italiana?
« No, no, finchè la canzone è stata la protagonista ha avuto un ruolo importantissimo. Adesso, purtroppo non è più così. Tutta lì la differenza. E poi un tempo ci si lavorava un anno alla canzone da portare a Sanremo. Oggi si fa la canzone per Sanremo, che è tutta un’altra cosa. Dal Festival sono venuti fuori brani bellissimi perché frutto di grande cura, di un lavoro di squadra appassionato e non di produzioni studiate freddamente a tavolino. Voglio poi sottolineare che il passaggio da spettacolo musicale a show televisivo si è verificato quando si è cominciato a dire che il festival solo con le canzoni non faceva audience senza capire che Sanremo perdeva ascolti perché non c’erano più belle canzoni. Degli ultimi venti anni si ricordano a malapena i brani belli. Penso a “Dimmi che non vuoi morire” di Patty Pravo e “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. Poi mi ricordo Giorgia. Ma è davvero troppo poco».

Qual è il suo giudizio sulla scena musicale contemporanea nel nostro paese?
«Oggi il lavoro che facevamo noi lo fa soltanto la Caselli. Ma la sua è una piccola casa discografica e il numero di artisti della Sugar è limitato perché non si possono seguire più di
un certo numerso di musicisti. Noi avevamo alla Rca un gruppo fantastico di produttori, arrangiatori, cioè c’era come un enorme quantità di canzoni e cantanti perché c’era un enorme quantità di persone a seguirli. Ho avuto successo nel mio lavoro perché c’era dietro
questa squadra. Quindi oggi un personaggio se non è un talento naturale che fa tutto da
solo, se non ha alle spalle un produttore e il successo non arriva subito, se non ha un team
che lo porta avanti negli anni investendo soldi e energie, bene, dico, questo personaggio come fa a campare? Se oggi nasce un nuovo Battisti e non trova un Mogol, la Ricordi e il
gruppo Rca che lo supporti, chi se ne accorge? Oggi i dischi non si vendono perché si scaricano nella rete, i ragazzi lo fanno gratis, ma tra vent’anni i giovani interessati alla musica italiana cosa scaricheranno se non si comincia da ora a investire su canzoni e musicisti? Il processo che fa diventare farfalla una crisalide attualmente chi lo cura? Io amo molto gli autori giovani e mi chiedo come fanno a coltivare la loro passione. Ma forse sbaglio e magari tra qualche anno verranno fuori un sacco di nuovi artisti. Me lo auguro».

di Franco Carratori per Il Tirreno
Mimma Gaspari, Penso che un mondo così non ritorni mai più: acquista on line con il venti per cento di sconto

<18th, February 2009 - categoria: Rassegna stampa - commenti: Nessuno

Leave a Reply

© B.C.Dalai eidtore S.p.A.