Era tutta la settimana che l’insolita attività di Matilda infastidiva Gus. Muoveva i goffi passi tutto intorno alla casa sbirciando attraverso le portefinestre, insinuando il collo attraverso quelle aperte, gli occhi vigili, la testa piegata, in ascolto. Lei sentiva le larghe zampe colpire le pietre del vialetto e andare dalla porta della cucina alla finestra. In un attimo sarebbe balzato sul tavolo del giardino, avrebbe guardato dentro, cercato di catturare il suo sguardo.
Compì quel balzo sgraziato sbattendo le ali, urtandole contro una sedia nello sforzo di salire sul tavolo. I suoi occhi azzurri incontrarono quelli di lei.
«Gus, devo fare questa lista, è importante.»
Il papero gloglottò alcuni versi timidi e preoccupati, sbatté le ali, drizzò il capo, starnazzò.
«Zitto!» Cercò di ignorarlo, concentrandosi sulla lista: problemi alla pompa officina Peake, conoscono le sue bizze. Normali riparazioni impianto elettrico Emersons, High Street, telefono nell’agenda cassetto del tavolo in cucina.
Gus starnazzò più forte, battendo le zampe sul tavolo di legno.
«Zitto!» tuonò Matilda senza alzare lo sguardo. Macellaio, panettiere, ufficio postale, garage, dottore, dentista. Questi non serviranno. Veterinario… non ne avranno bisogno… avvocato, banca, polizia. Cercheranno solo questi, forse. Controllò i numeri di telefono, posò la penna e andò alla finestra.
«Oh, Gus.»
Il papero le mordicchiò l’orecchio, con versi sommessi, mentre lei gli carezzava il lungo collo facendo scivolare la mano dalla testa, affondandola nelle lunghe piume, belle e forti, separandole con le dita fino a toccare il tepore del suo petto. Intenerito da quel gesto, Gus abbandonò i suoi escrementi sul tavolo.
«Strano modo di mostrare affetto.» Matilda si diresse in cucina. Intuendo dove stava andando, il volatile balzò giù dal tavolo e zampettando ora più in fretta, ora più piano, raggiunse la porta della cucina dove si fermò a sbirciare, sapendo che non gli era permesso entrare.
Matilda faceva scorrere dell’acqua in un secchio. Squillò il telefono. Gus starnazzò.
«Pronto, pronto. Non sento.»
«Sono Piers.»
«Ah, John, come va?»
«Non hai ancora fatto aggiustare il telefono?»
«No.»
«Dovresti farlo. Sono passati mesi da quando il cane l’ha rotto, con un morso.»
«Come?»
«Ho detto che sono passati mesi da quando…»
«Non sopportava sentirlo squillare, gli faceva male agli orecchi, così l’ha aggredito, l’ha morso.»
«Dovresti farlo aggiustare, non ti costerà niente.»
«Sì.» Matilda fece scorrere un dito sul nastro adesivo che teneva insieme l’apparecchio.
«È morto, comunque.»
«Non ti sento.» Sorrise in direzione di Gus che, sulla soglia, si dondolava appoggiandosi prima su una zampa, poi sull’altra.
«Ho detto che è morto.»
«Ho capito. Cosa vuoi?»
«Voglio sapere come stai.»
«Sto benissimo, John.»
«Piers.»
«Va bene, Piers. Che sciocchezza cambiare nome, alla tua età.»
«È Piers, da sempre.»
«John, per me. Questa chiamata ti costerà una fortuna. Cosa vuoi?»
«Vieni a Londra?»
«Non so.»
«Ti farebbe bene cambiare aria.»
«Lo farò.»
«Vai in qualche bel posto?»
«Non ti sento.»
«Fai aggiustare quel telefono.»
«Come?» Salutò Gus con un cenno della mano.
«Hai sentito i ragazzi?»
«Sì, no, no da un po’.»
«Matilda.»
«Sì?»
«Fai aggiustare il telefono, è pericoloso, potrebbe servirti per un’emergenza.»
Tratto da Prendere il largo di Mary Wesley



















