“QUESTO E IL VENTENNIO BERLUSCONIANO”, DICE MASSIMO GIANNINI, VICEDIRETTORE DI REPUBBLICA. CHE ALLA SINISTRA SUGGERISCE…
Berlusconi è un’eccezione assoluta nella parabola italiana, difficilmente ripetibile se non altro perché al di là delle oggettive capacità carismatiche e di manipolazione del consenso delle masse, è un’anomalia sotto tutti i punti di vista. Se Berlusconi uscisse di scena, per una ragione o per l’altra, l’anomalia potrebbe
essere superata. Ma il centrosinistra non si illuda che tutti i problemi si risolverebbero automaticamente. Massimo Giannini non crede a un Cavaliere in vacanza permanente alle Bermuda. Il vicedirettore de la Repubblica e direttore del supplemento Affari & Finanza ritiene più verosimile un trasloco al Quirinale, come ha appena ipotizzato anche Gianfranco Fini in un’intervista al quotidiano spagnolo El País: “Berlusconi ha un appoggio popolare che rende questa ipotesi tutt’altro che remota”. Intanto, Giannini dà per scontato che l’attuale governo duri cinque anni. A conti fatti, e con un piccolo bonus sul calendario dove l’anno zero e’ il 1994 della fatidica Discesa in campo, eccoci al “Ventennio berlusconiano”. Ventennio, proprio come quello mussoliniano. Ecco perché due capitoli del suo Lo statista, il libro sulla parabola politica berlusconiana, sono intitolati’” Berlusconi il duce” e “Berlusconi il fascista”. Giri di parole zero per strigliare ii fondatore di Forza Italia, gli italiani “presi da una strana cupidigia di servitù” (e c’è davvero di che meditare, visto che l’amara considerazione e di Carlo Azeglio Ciampi) e un centrosinistra che potrebbe uscire dall’angolo se facesse l’unica cosa giusta: trovare un leader giovane, astenersi quarantenni perché già troppo vecchi. Per il Pd ci vuole un trentenne, né ex pci né ex dc.
L’italia politica è davvero cambiata da quando è arrivato Berlusconi, o forse no, è una delle riflessioni di Massimo Giannini che non faceva parte del brat pack di cronisti politici del ‘94′ ma dedica un’analisi spietata al fenomeno e alla sua possibile traiettoria.Chissà che gioia dalle parti di Arcore, quando hanno visto i discorsi di Berlusconi accostati a quelli di Eltsin sui carri armati.
«Da lui non mi sono arrivati commenti diretti».
Ma ovviamente dal suo entourage…
«Ho avuto dei feedback positivi, da personaggi dai quali non melo sarei aspettato».
Tipo?
«ll presidente del Senato mi ha mandato un biglietto molto carino e non era scontato. Gratificante per l’onestà del mio lavoro».
Parallelo difficile da maneggiare quello con il Ventennio, no?
«Bcrlusconi vince le elezioni e l’Italia è una democrazia a tutti gli effetti, non vi sono dubbi. Quindi, se parliamo di regime è un regime auto-imposto, visto che Berlusconi è stato votato in massa dagli italiani».
Colpa loro?
«No, non mi permetterei mai di criticare l’elettorato, uno degli errori del centrosinistra invece. L’evocazione del fascismo può essere interpretata come una provocazione intellettuale, e tale resta, ma gli italiani sono attratti da chi garantisce una rivoluzione conservatrice, per dirla con De Felice».
Allora non è Berlusconi che ha cambiato gli italiani, come accusa una parte della sinistra?
«C’è una saldatura tra un leader e un popolo, o meglio, più o meno c’è sempre stata. Io arrivo a ipotizzare una sorta di paradosso in cui alla fine viene quasi il sospetto che tra i venti anni di Mussolini e quelli di Berlusconi vi sia la vera continuità di una nazione in realtà mai nata, e che l’eccezione siano stati 50 anni della democrazia incardinata sui due grandi partiti di massa, che avevano forzato gli italiani in un quadro quasi mai sentito come proprio».
Insomma, la domanda c’ero ma serviva qualcuno che garantisse l’offerta?
«Berlusconi non ha più soltanto un pubblico: ha costruito un popolo, anzi, per certi versi possiamo dire che lo ha ricostruito. Lo aveva capito Berlinguer negli anni ‘80 quando, ai livelli di consenso più alti della storia del Pci, diceva “non governiamo neanche con ii 51 per cento”. E oggi è Cicchitto a descrivere il Pdl come una nuova Dc».
Tempi duri per il Pd. Moriremo berlusconiani?
Serve una leadership totalmente nuova, anagraficaniente ma anche dal punto di vista identitario. Un trentenne, uno che non sia cresciuto tra le macerie del Muro di Berlino ne facendo il chierichetto. Uno senza le mani in pasta nei fondi da Mosca o nelle abbuffate del Caf».
Un’idea o un identikit?
«Non ho in niente una persona, non è il mio mestiere»
Insomma, una specie di Obama italiano? O un Berlusconi di centrosinistra?
«No, andiamoci cauti… Berlusconi scavalca le identità con un ambiguo processo di rimozione, come quando evita di condannare il fascisino. La stessa ambiguità di Veltroni quando diceva di non essere mai stato comunista, con l’apprezzabile differenza che del fascismo ci si deve vergognare, mentre della tradizione migliore del comunismo no».
Intervisti lo Statista: prima domanda.
«Perché questa resistenza a riconoscere che la Repubblica è nata dall’antifascismo, visto che non costa nulla agli alleati che vengono direttamente da lì? E poi, vuole il Quirinale perché è davvero convinto che sia ciò che serve, o è solo per far coincidere la sua biografia personale con quel la della nazione?.



















