Walter Bonatti, l’intellettuale della montagna, racconta la sua vita concentrata in diciassette anni di incredibili imprese, tra il 1948 dell’esordio quasi casuale su un torrione ai piedi della Grigna e il 1965 della parete nord del Cervino, “vinta” in solitudine e in pieno inverno. “I miei ricordi. Scalate ai limiti del possibile” Baldini Castoldi Dalai, 403 pagine, 18 euro) più che un diario è una guida pratica all’equilibrio essenziale tra il corpo e la mente, un riferimento esemplare di avventure, episodi e aneddoti, simboli tutti di una sfida alle barriere dell’umano, condotta nel nome della natura e mai una volta contro di essa. Neanche nei momenti terribili delle difficoltà, dei rischi e delle assurde sofferenze, a migliaia e migliaia di metri di quota, con l’aiuto più della forza della volontà che delle scarne e pionieristiche attrezzature.
Perché di questo si tratta, di là dal resoconto dei primati a pieno titolo e con pieno merito entrati nella storia: la pubblica confessione di un uomo che non vuol essere un campione di notorietà ma un riferimento di vita; nella concreta e a volte drammatica constatazione delle opportunità a ciascuno concesse di superare ostacoli e sbarramenti, trappole e insidie dell’esistenza.
Dunque uno stile descrittivo scarno e lineare, privo della retorica di circostanza, eppure coinvolgente al punto da determinare nel lettore quell’ «ansia di verticalità» che diviene via diretta alla ricerca interiore della contemplazione, nella solitudine di vette ai limiti del creato. Con il rischio affrontato attraverso il coraggio che non è incoscienza, ma voglia di sapere, di scoprire ciò che nessuno, prima, di persona ha constatato: la parete est del Grand Cap ucin, quelle nord di Lavaredo, il Pilastro del Dru che addirittura i francesi hanno voluto ribattezzare “Pilastro Bonatti”. E ancora le montagne australi, le Grandes Jorasses, il K2 delle verità negate…
La morale anteposta alla competizione, la verità alla speculazione; che anche in un mondo incontaminato dal progresso come quello delle sfide estreme invade passioni e sensazioni. Riportate alla loto primitiva condizione, al loro originario significato, proprio da quell’ininterrotta serie di scalate, l’una all’altra sovrapposte nel mai del tutto appagato desiderio di comprendere il mondo, di scoprirne ogni remota dimensione, ogni bellezza selvaggia gelosamente custodita, quasi difesa, da una natura impervia ma non per questo nemica. Che affascina invece, e talvolta asseconda, e addirittura protegge, quando l’essere non intende sopprimerla a suo piacimento o interesse, ma curarla e sostenerla comprendendola dal “di dentro”. Nell’essenziale carattere della sua struttura, vivente al punto da dialogare con l’uomo, nei momenti altissimi di reciproca solitudine quando il cielo s’avvicina e la terra – miracolosamente – non s’allontana.



















