Marcello. (Love will tear us apart)
Io e lei avevamo una canzone. Quelle cose che dici: questa è la nostra canzone, e in realtà è la canzone di una generazione intera, ma fa lo stesso, è la tua, tua e di lei, scritta apposta per voi. La canzone era Love will tear us apart, dei Joy Division, anni Ottanta, pieni. Che poi, diciamolo, non si sa bene come tradurlo, se “l’amore ci dividerà” o “l’amore ci farà a pezzi”, e anche lì alla fine fa lo stesso, in entrambi i casi andava bene per noi. Era la nostra canzone, mia e sua, indiscutibilmente.
Il mio per sempre è un per sempre lontani. E sono convinto, per inciso, che questo sia l’unico tipo di per sempre possibile. Io e lei abbiamo avuto tutto. “Tutto” e “per sempre” è impossibile, tutto e per sempre non fa parte delle cose che in quanto uomini ci è dato di provare allo stesso tempo. Lo dico con molta convinzione e con molta tranquillità, sapendo quanto non sia facile da accettare fino in fondo ma quanto sia vero. E’ così che vanno le cose, è un dato di fatto.
Ian Curtis cantava che l’amore ci avrebbe separato, è stato vero. E che l’amore ci avrebbe straziato. Vero, anche questo. Perché alla fine non ce l’abbiamo fatta, non siamo stati capaci di reggere. E’ che nella nostra storia era tutto “troppo”: troppa passione, troppo amore, troppa gelosia, troppi tradimenti, troppo risentimento. Nel troppo ci metto che eravamo anche troppo giovani, e molto impreparati, e molto poco consapevoli. Non lo so, probabilmente non è nemmeno giusto dire così, perché alle volte penso che è stato proprio per questi stessi motivi che abbiamo avuto una storia così grande e fondamentale. Non sapevamo niente, non ci aspettavamo niente, siamo stati travolti e abitati con residenza definitiva da qualcosa di enorme. Siamo usciti da noi stessi per andare da qualche parte che non saprei dire e, allo stesso tempo, siamo arrivati talmente vicini alla nostra essenza che, dico anche questo con molta serenità, credo non potrò mai più essere così tanto me stesso come lo sono stato vivendo quella storia. E’ durata parecchio, dieci anni, tra tutto. Tra dentro e fuori, tra su e giù, tra voglio e non voglio, come stare su un ottovolante impazzito. In mezzo sono riuscito a tradirla svariate volte, e a sposarmi con un’altra, che poi ho lasciato, perché, santo dio, non ce la facevo proprio, mi addormentavo la sera e sul cuscino c’era un odore incontrovertibilmente “sbagliato”. Era tutto sbagliato, non poteva andare.
Lei intanto è partita, poi è tornata, poi abbiamo riprovato, poi è stato tutto inutile, non c’era niente da fare, non si riusciva a stare lontani, era impossibile. E non si poteva stare vicini, impossibile pure questo. Vecchia storia, né con te né senza di te, un classico, quelle cose che studi al liceo e poi sono vere e dici ma guarda un po’, alla fine capita davvero. Nè con te né senza di te. Come ne La signora della porta accanto di Truffaut, bellissimo film, ecco, però lì c’è la tragedia – gli amanti stretti nell’impasse del né insieme né separati, muoiono - e io ci sto fino a un certo punto, perché poi la tragedia non fa per me. Io penso che la vita vada cavalcata in un modo diverso, personale, vada presa per le corna e girata per il verso giusto quando è il momento. Credo che le persone facciano molti danni vivendo in una dimensione di dramma incombente, pensando che debba essere per forza così.
Tra me e lei, alla fine, è stato “senza te”, per motivi e con modalità nostre, che adesso non voglio stare a raccontare. Perché qui mi si chiede di dar conto di un “per sempre”, e io questo lo affermo con molta decisione. Il mio, con lei, oggi, ancora, è un per sempre. Lei è per sempre. Sta dentro di me, inscritta indelebilmente, con un posto non usurpabile, con una voce forte e chiara che ancora ha cose da dirmi, se mi giro di lì e ascolto.
Sto facendo un’altra vita, e sono a posto. Ho dovuto decidere se impazzire o vivere. Vivo. Questo non vuol dire che non sappia e senta nitidamente che lei, un pezzo di me, è là, da qualche parte nel mondo, in giro chissà dove, lei, che è sempre stata una pazza vagabonda, bella, e incomprensibile, e insopportabile.
Io sto bene, adesso, senza di lei. Sono guarito, se è vero che l’amore è una specie di malattia. Io non potrò mai dimenticarmela. Io so che per lei è lo stesso. Ma non è solo che ho dei ricordi. Come posso dirlo senza correre il rischio di sembrare pazzo? Lei c’è. E’ acquisita, data. E’ per sempre. Ci sono giorni che, se sto bene attento, posso sapere per certo se lei è felice o è triste, con la stessa precisa sicurezza con la quale guardando il cielo dici c’è il sole o piove. Certi giorni, per strada, mi capita di vedere qualcuno con la coda dell’occhio, di sussultare per una sagoma vagamente familiare: Elena, qualcuna che le assomiglia, qualcuna con un cappotto simile al suo.
Tratto dal libro Passione di Elettra Aldani



















