Dai pascoli della Valfurva alla seconda montagna più alta della terra: Confortola racconta la sua passione diventata tormento con quella che, nell’agosto del 2008, una delle più grandi tragedie dell’alpinismo mondiale. Le emozione di un thriller, per conoscere la fine di una storia che è costata la vita a 11 alpinisti e che ha cambiato la vita del valtellinese: sopravissuto, ma con tutte le dita dei piedi amputate
Dai pascoli della Valfurva ai giorni tragici sul K2, datati agosto 2008. C’è tutto questo nel libro in cui Marco Confortola racconta di come è sopravvissuto a una delle più grandi tragedie dell’alpinismo mondiale. “Selvadek” (selvatico), come lo chiamano gli amici dell’adolescenza, perché da poco più che bambino, invece di sognare le vacanze al mare, aspettava di salire con lo zio Dante alla malga. “Ogni giorno, ogni notte, scrutavo il punto in cui le cime e il cielo si incontrano. E sentivo che volevo essere lì”. Così la montagna è diventata la sua vita, la sua professione (è diventato guida alpina a 22 anni) e pure l’ossessione. Prova a spiegare che cos’è l’ossessione di un Ottomila, a chi non si capacita di come si possa rischiare la vita per salire una montagna. Come si possa sfidare il K2, perdere, piangere e pensare di non tornarci più. Almeno fino alla prossima volta.



















