Alto Adige
di Sandra Mattei
«Voglio guarire per affrontare altri 8.000: un’ossessione?
No, è un modo diverso di fare le vacanze»
«Si sono scritte e dette tante cose, ma solo chi è tornato vivo può parlare dei fatti, il resto sono polemiche inutili»
Nero su bianco. La spedizione sul K2 del 2008, la più tragica della storia dell’alpinismo, nella quale sono morti in 11, raccontata da uno dei sopravvissuti. Marco Confortola, 38 anni, guida alpina di Valfurva, di quella spedizione ha scritto la sua versione nel libro «Giorni di ghiaccio. La tragedia del K2». Un libro che si legge tutto di un fiato, la storia dei sei ottomila conquistati (le due cime del Shisha Pangma, Annapurna, Cho Oyo, Broad Peack e K2) partendo dall’infanzia e da quella passione per la montagna trasmessagli dallo zio Dante e da papà Alfonso, per arrivare alle fasi concitate dell’ultima impresa dell’agosto 2008, che gli è costata le dita dei piedi, congelate nella rocambolesca discesa dal K2. Ieri l’incontro con il pubblico del Filmfestival, per ripercorrere quella terribile avventura. Così risponde alle nostre domande.
La vostra spedizione ha provocato le solite polemiche: l’eccessivo affollamento dell’Himalaya e la scarsa esperienza con cui si affrontano le imprese. Il suo libro vuole ripristinare la verità?
Ho scritto prima di tutto perché era da tanto che sognavo di farlo e poi perché è la mia versione dei fatti. Già nel ’54 l’impresa di Compagnoni e Lacedelli aveva suscitato tante polemiche, così ho voluto raccontare la mia verità e l’ho scritta con la massima trasparenza, ma soprattutto con il cuore.
Ora come sta, ha ripreso ad andare in montagna?
Sono guarito e quest’inverno ho ripreso il lavoro di maestro di sci, anche perché sciare con gli scarponi, non è un problema. Ma voglio guarire definitivamente, perché nel 2010 voglio tornare ad affrontare altri Ottomila.
Ma cos’è questa attrazione per la montagna, un’ossessione?
Non parlerei di ossessione, perché è una cosa negativa. Io ho incominciato ad amare la montagna grazie ai miei genitori e poi, piano piano, da guida alpina ho iniziato a scalare gli Ottomila. Dopo la prima impresa fallita sul K2 del 2004 mi è rimasta questa voglia, anche perché nel’ 54 a conquistarla fu Compagnoni, un mio compaesano. Ma scalare per me è un modo diverso per passare le vacanze. E c’è di più.
Che cosa?
Non dimentichiamo poi che queste imprese mi portano a incontrare tanti ragazzi ed ho istituito un’associazione “Lo sport è vita” anche per trasmettere questa passione ai giovani. Insomma, voglio vivere la vita intensamente, ma anche in modo normale, non rischiando fino in fondo, come scrivo nel libro.
Spedizioni come queste però sono sempre al limite e c’è chi polemizza con la scarsa preparazione di molti. Cosa risponde?
Dico solo che io c’ero e quelli che parlano, no. Chi può scrivere del K2 sono le sei persone che sono tornate a casa vive. Il resto sono solo cose dette all’aria e non voglio creare polemiche con nessuno.
Lei però racconta di passaggi improvvisati, di corde più corte del necessario…
In tutte le spedizioni qualcosa può andare storto: nel 2004 ci siamo ritrovati senza tenda al campo 3 e abbiamo dovuto tornare indietro. Ma sul K2 di polemiche ne sono già state fatte abbastanza.



















