«Le nostre anime inaccessibili le abbiamo intossicate. Le nostre scenografie non sono ancora crollate. La visita te l’hanno fissata tra tre mesi, intanto è meglio se non scopiamo, o se scopiamo il meno possibile. mentre dormiamo le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore ci fanno finire al prontosoccorso o direttamente sul telegiornale. Ti chiamo e mi rispondi pianissimo – ci sentiamo più tardi, tipo tra mezz’ora – Stavi lavorando, tra le tue ansie portatili e i risultati elettorali di qualche paese straniero. La macelleria che c’è in camera tua quando mi guardi e fuori comincia a diluviare. Poi mi richiami e volevo dirti una cosa che poi non mi ricordavo più.»
Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero è praticamente un libro fotografico senza fotografie. Di cieli che arrivano al soffitto, dei trecentosessanta chilometri che ci dividono, dei trenta euro di treno. Parla di traslocare e di altre cose. Poteva chiamarsi anche Non si esce vivi dalla pianura padana. Parla dei nostri amori che fanno prendere i treni e che fanno perdere gli aerei. Dei nostri amori che come colonne sonore hanno dei telegiornali. Le nostre scenografie e le periferie. Un’intimità che diventa una marea, che esce dagli occhi e dalla bocca e che entra nelle città e nelle case blindate. Le tue ansie planetarie. Tu che sorridi agli autovelox. Ferrara che potrebbe essere tutte le città di provincia, silenziose e deserte di sera. Le passeggiate dei poliziotti di quartiere. Occhiaie azzurre e narrazioni imprecise. Con talmente tante colonne sonore che si possono sentire anche se lo si legge in silenzio.



















