Vasco Brondi, Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero

«Le nostre anime inaccessibili le abbiamo intossicate. Le nostre scenografie non sono ancora crollate. La visita te l’hanno fissata tra tre mesi, intanto è meglio se non scopiamo, o se scopiamo il meno possibile. mentre dormiamo le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore ci fanno finire al prontosoccorso o direttamente sul telegiornale. Ti chiamo e mi rispondi pianissimo – ci sentiamo più tardi, tipo tra mezz’ora – Stavi lavorando, tra le tue ansie portatili e i risultati elettorali di qualche paese straniero. La macelleria che c’è in camera tua quando mi guardi e fuori comincia a diluviare. Poi mi richiami e volevo dirti una cosa che poi non mi ricordavo più.»

Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero è praticamente un libro fotografico senza fotografie. Di cieli che arrivano al soffitto, dei trecentosessanta chilometri che ci dividono, dei trenta euro di treno. Parla di traslocare e di altre cose. Poteva chiamarsi anche Non si esce vivi dalla pianura padana. Parla dei nostri amori che fanno prendere i treni e che fanno perdere gli aerei. Dei nostri amori che come colonne sonore hanno dei telegiornali. Le nostre scenografie e le periferie. Un’intimità che diventa una marea, che esce dagli occhi e dalla bocca e che entra nelle città e nelle case blindate. Le tue ansie planetarie. Tu che sorridi agli autovelox. Ferrara che potrebbe essere tutte le città di provincia, silenziose e deserte di sera. Le passeggiate dei poliziotti di quartiere. Occhiaie azzurre e narrazioni imprecise. Con talmente tante colonne sonore che si possono sentire anche se lo si legge in silenzio.

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<13th, October 2009 - categoria: Novità - commenti: Nessuno

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