Con la sua ascesa astrale e la ”caduta meteoritica” Coppi rappresentò l’Italia quale avrebbe potuto essere fra la Ricostruzione e il Miracolo economico.
Il Paese Mancato rispetto a quello reale incarnato da Gino Bartali.
Fausto Coppi è morto mezzo secolo fa e sembra ieri. Ma, paradossalmente, sembra sempre ieri per colui che fu detto il Campionissimo: la sua icona è vicina e tuttavia remota, l’unica passata indenne nel revisionismo di un paese che ama in questo modo il suo ipocrita opportunismo, la sua retorica sciamannata. Forse non è neanche vero che Coppi fosse subito un mito italiano, perché lo scoprirono i francesi, atterriti e ammirati dalle sue vittorie al Giro, alla Grande Boucle e al Campionato del Mondo fra il 1949 e il ‘53. E poi Coppi fu il corridore più esatto e cartesiano, se mai ve ne furono, un mistero biomeccanico che traduceva nell’eleganza lievitante e in un supremo magistero stilistico la fatica nera del ciclismo, uno sport da affamati e da diseredati.
E probabile che, fra la Ricostruzione e il Miracolo economico, egli rappresentasse l’Italia quale avrebbe potuto essere e che Gino Bartali, deuteragonista necessario al mito, incarnasse invece il paese quale in effetti esso era: da una parte il riserbo, una forza che esplode sottotraccia e quasi per miracolo, dall’altra la fatica boia e il sudore, una verbosità reietta e implacabile. Non è vero nemmeno che Gino fosse solo un baciapile e Fausto un cripto-comunista, come esige la vulgata. Pochi rammentano
che entrambi, già attivi e vincenti sotto il fascismo, rimasero del tutto estranei al regime; pochi amano riordare che le stesse folle che li acclamarono nel dopoguerra avrebbero partecipato al linciaggio di Fausto, adultero e concubino, così come avrebbero ignorato il fatto che Bartali è morto povero e col saio da terziario francescano nel paese del Manuale Cencelli.
Dunque che cosa resiste nel mito di Fausto Coppi e, di riflesso, in quello di Gino Bartali?
C’è qualcosa di profondamente misterioso nella sua persistenza, e non è nostalgia o non è non solo quella. Forse si tratta di un rammarico abissale, così inconfessabile da potersi esprimere soltanto nella forma traslata del mito in cui parla un’Italia che poteva essere e non è stata, se non in parte o in minima parte. Forse l’ascesa astrale e la caduta meteoritica di Coppi sono un riflesso c/o un presagio di ciò che gli storici chiamano il Paese Mancato. Ecco la sua ruvida compostezza, il garbo necessariamente distaccato, il passo che diviene nella corsa cadenza ossessiva e persino fatale, la sublimazione della forza che, nella inapparenza assoluta del passista, diviene culmine agonistico, infine l’assenza di mistificazione, la postura ascetica: i tratti elettivi di Coppi, la sua stessa aristocrazia, erano crismi antiretorici e troppo antidemagogici perché da noi li si potesse accettare senza farglieli pagare con un pegno esoso e, alla lettera, vergognoso.
Coppi e il diavolo
di Gianni Brera
Dall’incontro fra i due «principi della zolla», Fausto Coppi e Gianni Brera, così simili per le loro origini contadine e così diversi per temperamento e attitudine, nasce questo libro, intenso e memorabile, salutato alla sua uscita da un grandissimo successo e da numerose edizioni.



















