Romanzo esistenzialista o romanzo di idee? La costa dei barbari del 1951, il secondo di Norman Mailer, famoso per il suo insuccesso dopo quello eclatante de Il nudo e il morto, arrivò tardi in Italia, nel 1995. Lo ripropone a distanza di quindici anni lo stesso editore, Baldini Castoldi Dalai. A lungo dunque rimase per il lettore italiano un libro misterioso. Se ne sapeva ciò che il suo autore ne dice in Pubblicità per me stesso: «Fu un libro che emerse dagli scantinati bombardati del mio inconscio, un romanzo che fu come un occhio agonizzante che cercava di amalgamare la mia nuova esperienza e il giusto orrore di quel mondo che forse era sul punto di distruggere se stesso».
Ma di quale nuova esperienza e di quale mondo Mailer parlava? L’esperienza era duplice: da una parte l’autore di successo, all’improvviso ricco; dall’altra il reduce, colto da improvvisa depressione per l’idea di aver esaurito le proprie risorse. In quanto al mondo cui Mailer si riferisce, esso è quello dei primi anni Cinquanta: sullo sfondo la Guerra fredda, con il pensiero dell’atomica, o d’un’apocalisse ormai possibile, e in primo piano il maccartismo, i segnali d’una nuova caccia alle streghe.
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