Prima della chiusura estiva, con il caldo milanese che ben conosciamo e la disperata voglia di andare in ferie, in casa editrice circolava liberamente, con una certa inquietudine da parte di tutti noi, Renato Vallanzasca…il bel René. E non è cosa da poco, se sapete di chi sto parlando.
Il suo arrivo era stato preannunciato da Leonardo Coen, il co-autore del libro L’ultima fuga appena uscito in occasione del film girato da Placido Gli angeli del male sulla vita di questo famigerato bandito. Appena l’editore me lo ha comunicato, mi sono precipitata su Wikipedia. Non che non sapessi chi fosse, ma non volevo farmi trovare impreparata.
Non si può certo dire che il bel René si sia fatto mancare qualcosa: bandito, rapinatore, assassino, sequestratore di ricche milanesi che durante i giorni del sequestro venivano attaccate da quel famoso virus, o morbo, che solitamente prende ragazze rigorosamente belle, rapite da uomini altrettanto belli, perché altrimenti non vale. Parlo della sindrome di Stoccolma.
Insomma, finivano tutte per innamorarsi di questo Vallanzasca, nonostante fosse considerato pericoloso, o forse proprio per quello.
Ma stiamo parlando comunque di un bandito, un assassino, di un uomo pericoloso, che forse, e dico forse, si era messo in testa di scrivere questo libro per riscattarsi agli occhi del mondo, per chiedere perdono, per raccontare una storia, la sua storia.
Ora il libro è in libreria e parla Vallanzasca in prima persona, scrive che in sette mesi e venti giorni ha bruciato la sua vita. Pochissimo tempo perché questo possa accadere, eppure lui l’ha fatto, si è bruciato alla velocità della luce. Sette mesi da “presunto” leone (il presunto non credo sia casuale) per passarne poi trentanove (sottolineo trentanove) dietro le sbarre. Trentanove sono invece un’eternità.
Questo libro è la sua storia, il bilancio di una vita sbagliata, ma anche una riflessione sul confine fra bene e male, pena e colpa, scelte e destino.



















