La vera storia di Carlo Martello di Paolo Villaggio

A cinquant’anni di distanza, dopo essere diventato uno dei più grandi attori comici del Novecento, una leggenda vivente che ha fatto ridere, e anche piangere, milioni di spettatori al cinema, nei teatri e in televisione, le cui battute sono citate nelle conversazioni quotidiane da persone di ogni età, Villaggio torna sul vecchio testo, più attuale che mai, per farlo esplodere in un romanzo esilarante e affilato, raccontandoci, infine, la vera storia di Carlo Martello

UN ESTRATTO DAL LIBRO: IL BATTESIMO
E venne finalmente il giorno del battesimo.
Per l’occasione fu convocato un monaco dell’abbazia di Célignac, tale Abbé Jean, che arrivò puntualissimo, come tutti i monaci, alle sei e quarantacinque del mattino, infilato in una pesante armatura: la fama del «figlio del troiaio» si era ormai diffusa in tutta la regione.
Il religioso avanzò lentamente, sferragliando in maniera sinistra, incitato dall’applauso dei presenti.
Giunto di fronte alla porta della gabbia si fermò. La sua voce uscì dall’elmo come se provenisse da un sifone: «La nave!»
Kabanella zittì le compagne: «Silenzio, per favore, che non si capisce quel che dice!»
Un altro suono cavernoso: «La trave!»
La presidentessa del Consiglio delle Donne del Troiaio gli si avvicinò e gli sollevò la celata: «Di’ ora, veloce!»
«La chiave, sennò come entro per battezzare l’animale?»
Markonda gli mise una grossa chiave nel guanto di ferro. Il monaco la infilò lentamente e con difficoltà nella toppa. Il momento era magistrale. Seduto in un angolo, il piccino, di spalle, stava addentando un grosso topo ancora vivo.
La porta della gabbia produsse un cigolio suggestivo. Il battezzando continuò il suo orrendo pasto senza voltarsi, però alzò una mano come a voler salutare.
«Guardate come è educato», cinguettò Markonda commossa.
«Come mai aveva su solo il dito medio?» domandò Kabanella.
Il frate guadagnò il centro della gabbia.
Una voce metallica: «Piccino, sono l’Abbé Jean, son qui per il battesimo. Come vuoi essere chiamato?»
Per tutta risposta, quello tranciò la testa al topo con una tenagliata dei denti.
Il monaco allora si rivolse alle donne assiepate intorno alle sbarre a distanza di sicurezza: «Avete scelto un nome per questo energumeno in miniatura?»
«No, non ancora, non ci siamo accordate», risposero quelle in coro.
«Sì, ma un nome dovete darglielo, porca miseria!»
«Signor abate», intervenne Kabanella, «noi non abbiamo fantasia, ci conceda di chiamare giù i soldati, i cavalieri, il Sire Pipino e quella stronza di sua moglie Melisenda perché ci diano un consiglio.»
Dopo un’ora lo stanzone era pieno. In prima fila, i cavalieri e Pipino, con Melisenda, Drogone e Grimoaldo. Subito dietro, il capocuoco, una delegazione di soldati e un cavallo baio sceso di sua iniziativa.
Kabanella fece gli onori di casa.
«Signori regnanti, signori cavalieri, signor capocuoco, signori soldati e signor cavallo, benvenuti. Vi abbiamo chiesto di venire fin qui per aiutarci a trovare un nome sontuoso per il nostro piccino. Avanti con le proposte!»
Dall’ultima fila la voce di un soldato: «Abel!»
Un cavaliere della prima fila: «Bolan!»
Drogone: «Eroin!»
Capocuoco: «Flan!»
Kabanella: «E siamo a Flan, c’è qualcuno che offre di meglio?»
Matamoros, il capo dei cavalieri: «Anita!»
Pipino: «Che cazzo dici!»
Matamoros: «Scusate, ero sovrappensiero».
Silenzio.
Ancora silenzio.
«Allora?» spronò Kabanella. «Che succede? Ci siamo incartati?»
Melisenda: «Solo non chiamiamolo Pipino, per carità, che è un nome orribile. Che ne dite di Carlo Magno?»
«No plincipessa», intervenne Paulus Hatràm, «non anticipiamo i tempi. Chiamiamolo semplicemente Callo.»
Kabanella: «Solo Carlo? Mi sembra poco per un animale così pericoloso! Aggiungiamoci anche qualcosa di guerresco! Tipo… Pugnale! Lancia!»
Un soldato: «Falce!»
Grimoaldo: «Falce e Martello!»
Pipino: «Cretino!»
Hatràm: «Scegliamo: Falce o Maltello?»
Melisenda: «Io dico Martello!»
Il cavallo, in ultima fila, fece uno sfaglio e lanciò un potente nitrito.
Kabanella: «Miracolo! È un segnale divino! Ehi, signor monaco, hai sentito?»
Quello non rispose, si era addormentato. Il suo respiro pesante rimbombava nell’armatura.
Una pietra di torrente scagliata da un fromboliere lo colpì su una spalla metallica facendola risuonare. L’Abbé Jean sobbalzò.
«Già le cinque? Portatemi subito una tazza di latte e una fetta di pane con la marmell… Oh scusate, mi ero leggermente assopito. Dunque, che nome gli diamo?»
Melisenda: «Carlo Martello, stronzo!»
L’abate: «Anche stronzo?»
Il cavallo si alzò sugli zoccoli posteriori.
Pipino: «Carlo Martello basta e avanza».
Un applauso indimenticabile echeggiò nel troiaio, dopodiché la cerimonia si concluse e gli invitati uscirono a festeggiare, approfittando della magnifica giornata di sole.
L’Abbé Jean fu dimenticato. Tre notti dopo alcuni volontari recuperarono prudentemente l’armatura dalla gabbia. Era pressoché vuota. Del monaco restavano due tibie, un femore e il cranio ripulito.

<28th, November 2011 - categoria: Estratti, Novità - commenti: Nessuno

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