Che dire? Cosa si può aggiungere dopo la finale di Wembley? Solo che Messi è simply the best, semplicemente il migliore. Unanimemente. Tanto che sia i giornali inglesi sia quelli argentini sono d’accordo nell’usare la stessa definizione: il re. Dio salvi il Re, titola «Olé», giocando con God Save The Queen. Mentre il «Times» proclama King Messi reigns. La verità è che nel 2009 a Roma l’avevano già incoronato «re» d’Europa e che i tifosi, a Valencia, al cospetto del vero re di Spagna, Juan Carlos, avevano conferito l’onore alla Pulce. Ma nella cattedrale londinese Leo è autore di un calcio allegro, corale e squisito, tale che anche il pubblico britannico lascia lo stadio convinto di aver assistito ad un beautiful game. Una partita da raccontare ai nipoti. Una performance premiata con il titolo di Man of the match e che esaurisce tutti gli aggettivi. Una prestazione tanto efficace che il «Guardian» la compara con quella di Nandor Hidegkuti quando in un pomeriggio dell’autunno 1953 segnò, nel tempio del football britannico, una tripletta nella vittoria per 6-3 dell’Ungheria contro l’Inghilterra.
Messi si mette al servizio della squadra. Cerca spazi, si muove tra le linee per creare superiorità numerica e frastornare il Manchester. Esibisce il suo repertorio: dribbling, passaggi filtranti, assist e tiri in porta. Si porta la difesa dei Reds a spasso, è il peggior incubo per Vidic e Evra. «Non abbiamo mai potuto controllarlo. Non siamo riusciti a chiudere abbastanza bene a centrocampo per poterlo bloccare», dirà Sir Alex Ferguson, il tecnico dei diavoli rossi, nella conferenza stampa dopo la partita.
Come tutto il Barça, anche la Pulce nei primi 9 minuti pare disorientato, perso nel campo e capace di farsi rubare la palla tre volte di seguito da Park. Ma alla quarta gli riesce il primo dribbling e i blaugrana cominciano a costruire il loro capolavoro. Fedeli al loro stile, con qualità, velocità e una gran classe, distruggono il Manchester United. Raramente si è visto qualcosa del genere in una finale di Champions League. «Non mi avevano mai dato un bagno come questo», confessa Ferguson.
Lionel scambia con Xavi e Iniesta, e questo triangolo magico si fa padrone della palla, negandola ai reds, e offrendo al pubblico un esempio di creatività, precisione e rapidità di tocco.
Wayne Rooney, con un tiro spettacolare alla destra di Víctor Valdés, pareggia il gol di Pedrito e ridà la speranza ai tifosi. Ma è solo un’illusione, che non toglie niente a quanto mostrato dai blaugrana nel primo tempo, e a quanto ancora possono fare. Devono solo ricominciare con il loro eterno tiqui-taca. Devono solo chiudere l’incontro una volta per tutte. E per farlo, nessuno meglio di Messi. Xavi per Iniesta, Iniesta la dà a Leo. Un passaggio che sembra inoffensivo. Uno degli 812 (726 buoni, 86 falliti) che totalizzerà il Barça alla fine della partita. Leo è a 30 metri dalla porta avversaria. Tre tocchi e, prima che la difesa del Manchester si renda conto del pericolo, punta verso il centro, fermandosi a 20 metri dalla porta. Scarta Evra, che gli si fa addosso, e tira. Secco, potente. Un sinistraccio da fuori area. Van Der Sar, 40 anni, all’ultima partita della sua lunga e gloriosa carriera, vede arrivare il pallone troppo tardi. Non ha il tempo per reagire. Si allunga quanto può, ma la palla rimbalza e finisce in rete. «Ho avuto lo spazio, ho calciato e per fortuna è entrata», dirà più tardi Messi. Non è il gol più bello che ha fatto, ma risplende come pochi. È il gol che dà il vantaggio al Barça quando più ne ha bisogno. Toglie tutte le speranze ai diavoli rossi poco prima che David Villa, con un perfetto esercizio di geometria balistica, chiuda lo spettacolo.
Leo grida come un matto, tira un calcio a un microfono che incontra sulla strada per la bandierina del corner, scalcia un poster pubblicitario con rabbia. E se non fosse per i compagni che lo braccano e lo abbracciano, andrebbe direttamente a festeggiare con i tifosi sugli spalti. La Pulce firma il gol numero 53 (31 nella Liga, 12 nella Champions, 7 nella Copa del Rey e 3 nella Supercoppa di Spagna), in una stagione nella quale ha disputato 54 partite. Pareggia i gol di Cristiano Ronaldo, che con 40 nella Liga si è aggiudicato il titolo di capocannoniere. Ma alla Pulce non sembra importare molto. Ai trofei individuali preferisce le coppe. In ogni caso, nella Champions è lui che domina: con 12 gol eguaglia il record di Ruud Van Nistelrooy, conseguito con il Manchester United nel 2002-2003. Si conferma, per il terzo anno consecutivo, massimo goleador della principale coppa europea. Ci erano riusciti solo il tedesco Müller e il francese Jean Pierre Papin.
Nelle 59 partite di Champions che ha disputato, Leo ha segnato 39 gol. E non è tutto. Finalmente rompe una maledizione. Nelle otto partite giocate in terra inglese non aveva mai segnato. Stavolta, sì. «Gaby Milito mi aveva detto che la serie negativa sarebbe finita in questa partita e, per fortuna, così è stato», spiegherà Leo, che a 23 anni vince la sua terza Champions. Cifre e trofei a parte, la cosa più importante è che Messi nei grandi momenti c’è.
Ascoltiamo quello che dice Pep Guardiola quando, al termine della partita, gli chiedono dell’argentino: «È il miglior giocatore che abbia mai visto e che mai vedrò. Potremmo competere ad alto livello, ma senza di lui non potremmo fare il salto di qualità. Abbiamo molta capacità di lavoro e l’abbiamo dimostrato, abbiamo talento e abbiamo Messi. È un giocatore unico e irripetibile. Spero che non si annoi mai, spero che si senta sempre a suo agio, che il club gli dia i giocatori giusti con cui giocare. E che continui con una vita personale equilibrata, perché quando è così, Leo non fallisce».



















